17 settembre 2026

Coscienza, consapevolezza e realtà


L'affermazione «Se il mondo fosse al di fuori della tua coscienza, non avresti modo di modificarlo» contiene diversi passaggi logicamente scorretti. Il punto più importante è che confonde il modo in cui conosciamo il mondo con il modo in cui il mondo esiste e può essere modificato.

Si possono distinguere almeno questi errori:

1)Confusione tra conoscenza e realtà

Dal fatto che ogni esperienza del mondo passi attraverso la coscienza non segue che il mondo sia dentro la coscienza. Posso avere una rappresentazione mentale di una montagna senza che la montagna sia costituita dalla mia rappresentazione.

2)Non sequitur

La conclusione non deriva dalle premesse. Anche ammesso che il mondo sia indipendente dalla coscienza, posso modificarne alcuni aspetti attraverso il mio corpo, le mie azioni, gli strumenti e le interazioni con altre persone. Il fatto che qualcosa sia esterno alla coscienza non implica affatto che sia immodificabile.

3)Equivoco sul verbo "modificare"

Modificare qualcosa non significa necessariamente modificarlo dall'interno. Un essere umano può modificare un oggetto esterno proprio perché entra causalmente in relazione con esso. Se sposto una sedia, la sedia cambia posizione; non è necessario che la sedia faccia parte della mia coscienza.

4)Salto dall'epistemologia all'ontologia

«Non posso conoscere il mondo se non attraverso la mia coscienza» è una proposizione epistemologica.

«Il mondo esiste nella mia coscienza» è una proposizione ontologica.

La seconda non può essere ricavata semplicemente dalla prima.

5)Confusione tra rappresentazione e causalità

È vero che prima di agire sul mondo elaboriamo intenzioni, percezioni, decisioni e rappresentazioni. Ma questo dimostra al massimo che la coscienza può intervenire nella catena causale che conduce a una modificazione del mondo, non che il mondo sia contenuto nella coscienza.

Un esempio molto semplice smonta l'argomento:

Immagino che fuori dalla mia finestra ci sia un albero.

La mia immagine mentale dell'albero è nella mia coscienza.

L'albero, però, può essere indipendente da quella rappresentazione.

Posso uscire, tagliare un ramo e modificare realmente l'albero.

La coscienza è quindi una condizione o uno strumento attraverso cui un agente può intervenire causalmente sulla realtà, ma non è necessario che la realtà sia una produzione della coscienza affinché ciò avvenga.

Anzi, c'è un problema ulteriore per la frase: se il mondo fosse interamente prodotto dalla mia coscienza, dovremmo spiegare perché esso oppone continuamente resistenza alla mia volontà. Posso desiderare che piova e non far piovere; posso desiderare che una pietra diventi morbida e non ottenerlo; posso credere che un oggetto sia in un luogo e scoprire che non lo è.

Questa resistenza è precisamente uno degli elementi che rendono plausibile distinguere la rappresentazione cosciente dell'oggetto dall'oggetto rappresentato.

La formulazione più rigorosa, dunque, sarebbe qualcosa come:

«Il mondo che conosciamo è sempre mediato dalla coscienza, ma da ciò non segue che il mondo coincida con la coscienza né che la sua modificabilità dipenda dal fatto di essere contenuto in essa.»

E questa distinzione è particolarmente importante se vuoi utilizzare l'argomento in un discorso di epistemologia e metodo dell'argomentazione, perché qui siamo davanti a un classico problema di passaggio illegittimo da «come conosciamo X» a «che cosa X è».

Chi pretende di «risvegliare la consapevolezza» dovrebbe anzitutto essere consapevole dell’errore logico con cui confonde coscienza, consapevolezza e realtà.

La realtà non è necessariamente ciò che la coscienza crea, ma ciò che la coscienza impara a vedere, attraversare e trasformare.

16 settembre 2026

Mitologia e astrologia sono cose diverse


Leggevo dell'uscita di un nuovo libro scirtto da un autore, circa l'espressione di Urano. Diceva: Urano in mitologia è tutto l'opposto di quel che si dice in astrologia. Io aggiungo: e per forza! Mica il mito sta alla base del funzionamento dell'astrologia! Questa sua affermazione conferma quel che ho raccontato in numerosi libri e sopratutto in "come verificare l'astrologia", uno dei miei migliori testi in assoluto, che spiegano perfettamente l'errore più comune degli astrologi contemporanei, e cioè il fatto di leggere l'effetto astrologico di un corpo celeste partendo dallo studio del mito associato al suo nome. Il pianeta si chiama Urano? Studiamo il mito di Urano. Sbagliato! Ma di chi è la colpa di questo fraintendimento?

Di Rudhyar.  

Se Rudhyar trasforma l'astrologia da disciplina che formula affermazioni sul mondo a semplice linguaggio simbolico o strumento psicologico, non sta modificando un dettaglio del metodo: sta cambiando l'oggetto stesso dell'astrologia.

Storicamente, Rudhyar ha effettivamente proposto una reinterpretazione dell'astrologia, influenzata dalla psicologia junghiana e dalla filosofia umanistica. Non è stato lui a "stabilire" definitivamente cosa sia l'astrologia, ma ha contribuito a una corrente che la interpreta in quel modo.

Normativamente, si può sostenere che questa reinterpretazione sia una rottura con la tradizione astrologica, perché sostituisce affermazioni verificabili con interpretazioni simboliche. E dunque, non si limita a offrire una diversa interpretazione dell'astrologia: ne modifica lo statuto epistemologico. Se l'astrologia pretende di descrivere corrispondenze reali tra cielo e vita umana, trasformarla in un linguaggio puramente simbolico significa cambiarne la natura, non semplicemente svilupparla o stare al passo evolutivo delle cose. 

Rudhyar naturalmente era libero di creare una nuova disciplina ispirata al simbolismo astrologico. Quello che non si può fare è affermare che l'astrologia sia quella che propone lui. 

Il ragionamento è il seguente:

Se l'astrologia, per secoli, ha sostenuto che le configurazioni celesti corrispondono a caratteristiche o eventi reali, allora essa formula affermazioni sul mondo. Le affermazioni sul mondo sono, almeno in linea di principio, sottoponibili a verifica.

Se qualcuno dice: "No, l'astrologia non parla più del mondo, ma solo di simboli interiori", non sta semplicemente proponendo una nuova interpretazione: sta cambiando l'oggetto della disciplina. È un po' come se qualcuno dicesse:

"La medicina non serve più a curare le malattie; serve solo a riflettere simbolicamente sul significato della sofferenza."

Quella potrebbe essere una nuova pratica filosofica o spirituale, ma difficilmente sarebbe ancora medicina nel senso tradizionale.

Oppure:

"La geografia non studia più il territorio, ma il modo in cui ciascuno immagina il mondo."

Anche qui si sarebbe creata un'altra disciplina, non ridefinita la geografia.

Perciò Rudhyar non amplia l'astrologia: la sostituisce con una disciplina diversa, che conserva il lessico astrologico ma ne cambia l'oggetto, il metodo e i criteri di validazione. Se questa nuova disciplina è utile o meno è un'altra questione.

Chi segue Rudhyar potrebbe replicare che l'astrologia è sempre stata anche una disciplina simbolica e che lui ne avrebbe semplicemente sviluppato un aspetto già presente. A quel punto il dibattito diventerebbe storico: bisognerebbe chiedersi se le fonti astrologiche precedenti concepissero davvero l'astrologia come un linguaggio puramente simbolico oppure come una disciplina che pretendeva di descrivere corrispondenze reali tra cielo e vita umana.

Ma noi sappiamo che l'astrologia nasce storicamente come pratica predittiva. Le prime forme di astrologia mesopotamica avevano lo scopo di individuare corrispondenze tra fenomeni celesti ed eventi futuri (raccolti, guerre, destino del re, ecc.). La previsione era una funzione costitutiva, non accessoria.

La successiva astrologia ellenistica mantiene questa funzione, estendendola alla vita individuale. Anche quando descrive il carattere, lo fa per prevedere il corso della vita.

Se una disciplina nasce per formulare previsioni o descrivere corrispondenze reali, allora le sue affermazioni sono, almeno in linea di principio, confrontabili con l'esperienza.

Se invece si afferma che l'astrologia è soltanto un linguaggio simbolico, che non deve essere verificato e non mira a descrivere il mondo, non si sta più parlando della stessa disciplina storica. Il punto è che la funzione predittiva non è un'aggiunta successiva: è la ragione storica per cui l'astrologia è nata.

Naturalmente, uno studioso favorevole a Rudhyar potrebbe replicare che le discipline possono cambiare funzione nel tempo. Ma a quel punto l'onere dell'argomentazione cambia: non basta affermare che oggi l'astrologia è simbolica; bisogna spiegare perché una disciplina nata per prevedere dovrebbe rinunciare proprio alla funzione che ne ha determinato la nascita, continuando però a chiamarsi "astrologia".

Se elimini la funzione predittiva e la pretesa di descrivere corrispondenze reali, non stai semplicemente modernizzando l'astrologia; stai modificando ciò che storicamente l'ha fatta nascere e l'ha definita per secoli. 

Se non arrivi a questa conclusione ti chiami "Alfonso".  

04 settembre 2026

Spiritualità o counseling?

 


Parlano di spiritualità, ma spesso stanno facendo counseling e coaching: il ruolo della suggestione nel percorso di aiuto

Molti percorsi presentati come spirituali sembrano fondarsi su energie, vibrazioni, karma, chakra, blocchi interiori, frequenze o altre realtà difficili da verificare. Eppure, osservando concretamente ciò che avviene durante questi incontri, ci si accorge che una parte importante del lavoro svolto non ha necessariamente bisogno di quelle spiegazioni per produrre un effetto. Spesso la persona viene ascoltata, incoraggiata, aiutata a reinterpretare un problema, invitata a osservare la propria vita da un'altra prospettiva, sostenuta nel prendere una decisione o spinta a modificare un comportamento. In altre parole, dietro un linguaggio spirituale possono trovarsi dinamiche molto simili a quelle che incontriamo nel counseling, nel coaching e più in generale nelle relazioni di aiuto. Questo non significa affermare che ogni pratica spirituale sia soltanto psicologia mascherata, né significa negare a priori l'esistenza di dimensioni che oggi non sappiamo dimostrare. Significa semplicemente distinguere due questioni che troppo spesso vengono confuse: il fatto che una persona abbia ottenuto un beneficio e la spiegazione che viene fornita di quel beneficio. Sono due cose completamente diverse. Una persona può uscire da un incontro sentendosi più sicura, più motivata, più serena o finalmente pronta a prendere una decisione che rimandava da mesi. Il cambiamento può essere assolutamente reale. Ma dal fatto che il cambiamento sia reale non segue automaticamente che siano vere tutte le spiegazioni utilizzate durante il percorso. Se qualcuno sostiene di avere "sbloccato un chakra", "ripulito un karma", "alzato una vibrazione" o "rimosso un blocco energetico", il miglioramento successivo della persona non costituisce, da solo, la dimostrazione che quel meccanismo esista realmente. Esistono infatti numerosi processi psicologici capaci di produrre cambiamenti significativi. Uno dei più importanti è la suggestione. La parola suggestione viene spesso utilizzata con un significato negativo, quasi fosse sinonimo di manipolazione. In realtà indica anche qualcosa di molto più comune: la capacità delle aspettative, delle parole, del contesto e dell'autorevolezza attribuita a una persona di influenzare ciò che percepiamo e il modo in cui interpretiamo quello che ci accade. Immaginiamo che durante un trattamento qualcuno dica: "Nei prossimi giorni potrebbero emergere emozioni rimaste bloccate dentro di te". Una frase di questo tipo orienta inevitabilmente l'attenzione della persona. Se successivamente prova tristezza, rabbia, ansia o una particolare sensibilità emotiva, potrebbe interpretare quelle normali oscillazioni attraverso la spiegazione ricevuta: "Sta funzionando, le emozioni bloccate stanno venendo fuori". L'emozione è autentica. La percezione del cambiamento può essere autentica. Ciò che rimane da dimostrare è l'esistenza del presunto blocco energetico che dovrebbe averla provocata. Lo stesso può accadere con molte altre esperienze. Una persona può stare meglio perché finalmente qualcuno l'ha ascoltata senza giudicarla. Può sentirsi più forte perché qualcuno ha creduto nelle sue possibilità. Può riuscire ad affrontare una paura perché ha ricevuto una nuova interpretazione della situazione. Può cambiare comportamento perché un rituale ha rappresentato simbolicamente una decisione che era già pronta a prendere. Può sentirsi trasformata perché ha costruito una nuova narrazione della propria esperienza. Tutto questo può avere un valore enorme senza che sia necessario trasformare automaticamente la spiegazione spirituale in una certezza oggettiva. Esiste anche il ruolo dell'aspettativa. Se entro in un percorso convinto che qualcosa mi aiuterà, posso prestare maggiore attenzione ai segnali coerenti con questa convinzione. Posso ricordare maggiormente i miglioramenti e trascurare ciò che rimane invariato. Posso comportarmi diversamente proprio perché credo che qualcosa sia cambiato. Posso sentirmi autorizzato a fare ciò che prima non riuscivo a fare. Ancora una volta, questo non rende falso il miglioramento. Semplicemente rende più complesso stabilirne la causa. Pensiamo a una persona che, dopo un incontro spirituale, decide finalmente di chiudere una relazione distruttiva. Il praticante potrebbe affermare di avere sciolto un legame karmico. Ma durante l'incontro potrebbe averle fatto domande, mostrato contraddizioni, restituito fiducia nelle proprie capacità, offerto nuove interpretazioni e incoraggiato una decisione. Il risultato può essere positivo, ma non sappiamo se sia stato prodotto dal presunto intervento sul karma oppure dai normali processi psicologici avvenuti attraverso il dialogo. Il rischio comincia quando il successo del percorso viene utilizzato come prova della teoria. "Stai meglio, quindi l'energia esiste." "Hai trovato un nuovo lavoro, quindi la manifestazione funziona." "Hai lasciato quella persona, quindi il legame karmico è stato spezzato." Questo ragionamento contiene un salto logico. Da un effetto osservabile non possiamo risalire automaticamente a una causa soltanto perché quella causa era stata annunciata precedentemente. Un rituale può avere un significato psicologico senza dimostrare la cosmologia che lo accompagna. Una meditazione può aiutare una persona senza dimostrare tutte le credenze metafisiche associate a quella meditazione. Una lettura simbolica può stimolare una riflessione utile senza dimostrare che ogni simbolo abbia un'origine soprannaturale. Una pratica spirituale può quindi essere significativa, trasformativa e persino terapeutica nel senso comune del termine, pur lasciando aperta la questione relativa alla verità delle spiegazioni che vengono utilizzate. Per questo ritengo più corretto assumere una posizione di sospensione del giudizio. Non è necessario dire che tutto ciò che appartiene alla spiritualità sia falso. È sufficiente riconoscere che un'esperienza soggettiva positiva non rappresenta automaticamente una dimostrazione delle teorie metafisiche formulate per interpretarla. Possiamo rispettare un'esperienza senza trasformarla in una prova. Questa distinzione permette anche di evitare un errore opposto: pensare che un percorso psicologico, di counseling o di coaching debba necessariamente combattere le credenze spirituali della persona. Non dovrebbe essere questo il suo scopo. Una credenza può avere una funzione importante nella vita di qualcuno, può fornire significato, speranza, motivazione, ritualità e una particolare maniera di leggere la propria esperienza. Il problema nasce soltanto quando viene imposta come verità indiscutibile, quando impedisce di vedere alternative oppure quando produce comportamenti dannosi. Nel mio percorso di counseling-coaching strategico non considero necessario squalificare la spiritualità di una persona per aiutarla a cambiare. Al contrario, quando una credenza spirituale rappresenta una risorsa e non costituisce un ostacolo, può essere utilizzata all'interno del percorso stesso. L'obiettivo non è stabilire al posto dell'altro che cosa debba credere, ma capire in che modo le sue convinzioni, i suoi significati e il suo modo di interpretare la realtà possano essere utilizzati strategicamente per favorire un cambiamento concreto. Una persona può quindi continuare a credere nella propria spiritualità e contemporaneamente imparare a distinguere ciò che crede da ciò che può dimostrare. Può utilizzare simboli, rituali, immagini e convinzioni come strumenti personali senza essere costretta a presentarli come leggi universali. Può persino servirsi della propria visione spirituale per trovare una leva capace di sbloccare una situazione nella quale continuava a ripetere gli stessi comportamenti. Per me questo rappresenta un modo molto più rispettoso di lavorare con le persone. Non distruggere le loro credenze, non confermarle automaticamente, ma capire quale funzione svolgono. Se aiutano, possono diventare risorse. Se bloccano, possono essere riorganizzate. Se producono paura, dipendenza o senso di colpa, possono essere messe in discussione. Il criterio non è stabilire chi possieda la verità spirituale, ma verificare se una determinata rappresentazione della realtà aiuta concretamente la persona a vivere e ad agire meglio. La spiritualità, quindi, non deve necessariamente essere espulsa da un percorso di aiuto. Può essere accolta senza rinunciare al pensiero critico. Si può rispettare ciò che una persona considera sacro e contemporaneamente mantenere la distinzione tra esperienza, interpretazione e prova. Ed è forse proprio questa distinzione a consentire di utilizzare la spiritualità come una possibile risorsa personale senza trasformarla in una spiegazione obbligatoria di tutto ciò che ci accade.

03 settembre 2026

Federico Faggin confuta la legge di attrazione?

 


LE IPOTESI DI FEDERICO FAGGIN CONFUTANO LA LEGGE DELL’ATTRAZIONE?

Negli ultimi anni Federico Faggin viene citato molto spesso negli ambienti spirituali. Alcune sue affermazioni sulla coscienza, sulla fisica quantistica e sul libero arbitrio vengono utilizzate per sostenere l’idea che la mente possa avere un ruolo attivo nella costruzione della realtà e, da qui, qualcuno compie rapidamente un ulteriore salto: se la coscienza può influire sulla realtà, allora forse i nostri pensieri possono “manifestare” gli eventi che desideriamo.

Ma è davvero questa la conclusione a cui portano le idee di Faggin? A mio parere accade esattamente il contrario. Se prendiamo sul serio le ipotesi formulate da Federico Faggin insieme al fisico Giacomo Mauro D’Ariano, la versione forte della cosiddetta legge dell’attrazione diventa estremamente difficile da sostenere. Anzi, emerge una contraddizione fondamentale.

Prima di mostrarla, però, è necessario capire in modo molto semplice che cosa sostiene Faggin. La sua proposta non è una scoperta sperimentale ormai definitivamente accertata, ma una teoria sulla coscienza. Faggin e D’Ariano partono dall’idea che la coscienza non sia semplicemente un prodotto secondario del cervello, ma che possa avere una natura più fondamentale e un rapporto profondo con l’informazione quantistica.

Per comprendere il ragionamento possiamo partire da un’immagine molto semplice. Immaginiamo un universo completamente deterministico, simile a un gigantesco biliardo. Se conoscessimo perfettamente la posizione di tutte le palle, la loro velocità e tutte le forze che agiscono su di esse, in linea di principio potremmo prevedere tutto ciò che accadrà dopo. In un universo del genere, anche le nostre decisioni sarebbero soltanto l’effetto inevitabile di cause precedenti. Il libero arbitrio, in senso forte, non esisterebbe davvero.

Faggin ipotizza invece che vi sia qualcosa di autenticamente non deterministico nella realtà e che il libero arbitrio possa avere un ruolo reale. La coscienza, quindi, non sarebbe soltanto spettatrice degli eventi, ma avrebbe una capacità causale. Un essere cosciente può scegliere, e le sue scelte possono produrre effetti nel mondo.

Fin qui qualcuno potrebbe pensare di aver trovato proprio ciò che cercava per giustificare la legge dell’attrazione: se la coscienza ha un potere causale, allora il pensiero crea la realtà. Ma è proprio qui che nasce l’equivoco. Dire che la coscienza può produrre effetti attraverso le proprie decisioni non significa affatto dire che qualsiasi cosa immaginiamo debba necessariamente trasformarsi in un evento reale.

C’è poi un secondo elemento ancora più importante. Nel modello di Faggin non esiste una sola coscienza. Non esisto soltanto io. Esisti tu, esiste la persona che desidero incontrare, esiste il datore di lavoro dal quale vorrei essere assunto, esistono i miei concorrenti, esistono miliardi di altre persone. E se prendiamo sul serio la teoria del libero arbitrio, tutte queste persone non possono essere considerate semplici comparse all’interno della realtà che io starei creando. Sono a loro volta agenti coscienti dotati di una propria capacità decisionale.

Nella parte più speculativa della loro elaborazione, D’Ariano e Faggin arrivano anche a parlare degli esseri coscienti come di co-creatori del mondo attraverso le proprie scelte, sia individuali sia collettive. Ed è proprio la parola “co-creatori” a diventare decisiva. Se siamo co-creatori, nessuno di noi può essere il creatore assoluto della realtà degli altri.

A questo punto possiamo fare un esperimento mentale molto semplice.

Immaginiamo due persone, Anna e Marco. Entrambi partecipano alla selezione per lo stesso posto di lavoro e c’è un solo posto disponibile. Anna conosce la legge dell’attrazione. Ogni mattina visualizza se stessa mentre entra nell’azienda, immagina il contratto, prova gratitudine come se fosse già stata assunta ed è assolutamente convinta che quel lavoro sia già suo. Non ha dubbi, non pensa negativamente e non possiede quelle che, nel linguaggio della manifestazione, vengono chiamate credenze limitanti.

Marco fa esattamente la stessa cosa. Visualizza lo stesso posto, prova la stessa gratitudine, possiede la stessa convinzione e manifesta lo stesso risultato. Facciamo addirittura l’ipotesi più favorevole possibile alla legge dell’attrazione: Anna e Marco eseguono la tecnica in maniera perfetta e con identica convinzione.

Arriva il giorno della decisione. Chi viene assunto?

Il posto è uno. Anna manifesta che il lavoro è suo. Marco manifesta che il lavoro è suo. Ma nella stessa realtà non possono essere vere entrambe le cose. Se viene assunto Marco, la manifestazione di Anna non si è realizzata. Se viene assunta Anna, quella di Marco non si è realizzata. Non possiamo nemmeno dire che uno dei due “non ci credeva abbastanza”, perché nell’esperimento abbiamo stabilito appositamente che entrambi possiedono lo stesso grado di convinzione.

Abbiamo quindi eliminato una delle scappatoie più comuni.

Ma il problema è ancora più grande, perché esiste una terza persona: il datore di lavoro. Se prendiamo seriamente l’ipotesi di Faggin, anche lui è un agente cosciente dotato di libero arbitrio. Può scegliere Anna, può scegliere Marco, può decidere che nessuno dei due è adatto, può sospendere l’assunzione o può addirittura decidere di non assumere più nessuno.

A questo punto la domanda diventa inevitabile: per quale motivo il pensiero di Anna dovrebbe avere il potere di annullare il libero arbitrio del datore di lavoro?

Non esiste alcun motivo. Anzi, se attribuiamo autentico libero arbitrio al datore di lavoro, dobbiamo ammettere che Anna può influenzare alcune condizioni, ma non può determinare unilateralmente la decisione di un’altra coscienza.

Ed è proprio qui che le ipotesi di Faggin, invece di sostenere la legge dell’attrazione, sembrano minarne uno dei presupposti fondamentali.

L’esempio dell’amore rende la contraddizione ancora più evidente. Immaginiamo un uomo che desideri una determinata donna. La visualizza accanto a sé, immagina una relazione, pensa a lei come se fosse già innamorata e cerca di mantenere lo stato interiore corrispondente alla realtà desiderata.

Ma quella donna è una persona. Se possiede libero arbitrio può semplicemente dire: “Non voglio stare con lui”.

A quel punto le possibilità sono due. O rispettiamo davvero il libero arbitrio della donna e allora dobbiamo ammettere che il desiderio e lo stato interiore dell’uomo non determinano la realtà esterna, oppure sosteniamo che la manifestazione dell’uomo possa comunque produrre quella relazione. Ma in questo secondo caso la donna non possiede più un autentico libero arbitrio.

Non possiamo sostenere contemporaneamente che ogni persona possiede una propria libertà di scelta e che, mantenendo correttamente uno stato interiore, possiamo far sì che un’altra persona finisca necessariamente per comportarsi come desideriamo noi. Le due affermazioni entrano in collisione.

Lo stesso problema compare in moltissime altre situazioni. Due squadre disputano una finale e entrambe visualizzano la vittoria. Due candidati vogliono la stessa posizione. Due acquirenti vogliono la stessa casa. Due aziende vogliono aggiudicarsi lo stesso contratto. Due politici vogliono vincere la stessa elezione.

In moltissime situazioni reali i desideri degli esseri umani sono incompatibili. La realtà non può soddisfarli tutti contemporaneamente. Questa semplicissima osservazione rappresenta uno dei problemi logici più seri per qualsiasi formulazione forte della legge dell’attrazione.

A questo punto potrebbe arrivare una risposta tipica: si manifesta il desiderio della persona che “vibra” alla frequenza più alta. Ma in questo modo abbiamo soltanto spostato il problema. Come misuriamo questa frequenza? Qual è la sua unità di misura? Come possiamo stabilire prima dell’evento quale dei due manifestatori possieda la vibrazione superiore?

Se lo decidiamo soltanto dopo, il ragionamento diventa circolare. Marco ha ottenuto il lavoro. Come sappiamo che vibrava meglio di Anna? Perché ha ottenuto il lavoro. E come sappiamo che ha ottenuto il lavoro perché vibrava meglio? Perché ha ottenuto il lavoro.

Non abbiamo spiegato nulla. Abbiamo semplicemente inventato una causa invisibile dopo aver conosciuto il risultato.

Un’altra risposta molto frequente consiste nel dire che, se la manifestazione fallisce, la persona aveva qualche blocco inconscio, qualche paura o qualche convinzione limitante. Anche in questo caso il problema è evidente. Se il blocco viene ipotizzato soltanto dopo il fallimento, qualsiasi risultato potrà sempre essere utilizzato per confermare la teoria.

Ottengo ciò che desideravo? La legge funziona. Non lo ottengo? Avevo un blocco inconscio. Ottengo qualcosa di diverso? L’universo sapeva che era meglio per me. Ottengo il contrario? Il mio inconscio stava manifestando quello.

Una teoria capace di spiegare qualsiasi risultato dopo che è avvenuto rischia di non spiegare realmente nessun risultato.

Ed è qui che bisogna tornare alle idee di Faggin. Attribuire alla coscienza un potere causale non significa affermare che ciò che penso diventa automaticamente realtà. La mia coscienza può avere effetti causali perché mi permette di scegliere. Posso scegliere di telefonare, studiare, presentarmi a un colloquio, corteggiare qualcuno, cambiare lavoro, insistere oppure rinunciare. Queste decisioni modificano realmente il corso degli eventi.

Ma tra dire “la mia coscienza contribuisce causalmente alla realtà attraverso le mie decisioni” e dire “la realtà esterna si organizza in modo da corrispondere ai miei stati mentali” esiste una differenza enorme.

Nel primo caso sono uno degli agenti causali presenti nel mondo. Nel secondo caso il mondo dovrebbe in qualche modo privilegiare la mia rappresentazione mentale rispetto alle volontà, alle decisioni e alle condizioni indipendenti da me.

La teoria di Faggin può essere utilizzata, al massimo, per sostenere la prima possibilità. Non dimostra la seconda.

Ed è proprio qui che nasce il paradosso. Qualcuno cita Federico Faggin per sostenere che la coscienza crea la realtà, ma proprio Faggin, almeno nella sua elaborazione con D’Ariano, attribuisce agency e libero arbitrio a una pluralità di agenti coscienti e parla, nella parte più speculativa, di una co-creazione della realtà attraverso le scelte individuali e collettive.

Se siamo co-creatori, allora nessuno di noi è il creatore assoluto della realtà degli altri. La mia volontà incontra la tua. La mia decisione incontra la tua decisione. Il mio progetto incontra circostanze che non controllo. Il mio desiderio incontra altri desideri.

Qualche volta vinco io. Qualche volta vinci tu. Qualche volta perdiamo entrambi. Qualche volta accade qualcosa che nessuno dei due aveva previsto.

Questo descrive un universo aperto e complesso. Non una gigantesca macchina cosmica per la consegna dei desideri.

È però importante fare una precisazione. Non sto sostenendo che la teoria di Faggin sia stata dimostrata e non ho bisogno di dimostrarlo per sostenere il mio ragionamento. La questione può essere posta in forma puramente condizionale: ammettiamo per ipotesi che Faggin abbia ragione. Ammettiamo che la coscienza sia fondamentale, che abbia un potere causale, che esista un autentico libero arbitrio e persino che si possa parlare, in qualche senso, di co-creazione della realtà.

Che cosa ne segue?

Non segue la legge dell’attrazione.

Segue piuttosto l’immagine di una realtà costituita da molteplici agenti autonomi che interagiscono tra loro, ciascuno con possibilità, decisioni e limiti. Ed è proprio questa pluralità di volontà a impedire che il desiderio del singolo possa essere elevato a legge universale della realtà.

Le idee di Federico Faggin possono quindi essere discusse, criticate, approfondite e sottoposte a verifica. Ma utilizzarle come dimostrazione scientifica della legge dell’attrazione significa, secondo me, non averne compreso una conseguenza fondamentale.

Se esiste davvero il libero arbitrio, allora esiste anche ciò che non dipende dalla mia volontà. Se esistono molti agenti coscienti, allora esistono molte volontà. Se esistono molte volontà, alcune saranno inevitabilmente incompatibili. E se due volontà incompatibili non possono realizzarsi entrambe, allora non può esistere una legge universale secondo cui il mio stato mentale produce necessariamente la realtà esterna corrispondente.

Posso desiderare, immaginare, scegliere e agire. Posso aumentare o diminuire le probabilità di ottenere un risultato. Ma non posso trasformare tutte le altre persone e tutte le altre cause presenti nell’universo in semplici comparse della mia manifestazione.

Ed è proprio qui che, paradossalmente, una concezione che attribuisce alla coscienza un enorme potere finisce per mettere in crisi una delle idee più radicali della spiritualità contemporanea.

Se tutti abbiamo libero arbitrio, nessuno di noi possiede il monopolio della realtà.



Astrologia e determinismo

 


Il paradosso dell’astrologia evolutiva: per negare la previsione diventa determinista

Una delle critiche più frequenti mosse dall’astrologia evolutiva all’astrologia previsionale è questa: “Se una previsione non indica un evento preciso, allora non è una vera previsione.”

Questa affermazione sembra rigorosa, ma in realtà contiene un equivoco enorme: confondere la previsione con la predizione deterministica di un singolo evento.

Ed è paradossale che proprio chi critica l’astrologia tradizionale perché ritenuta troppo rigida e deterministica finisca poi per adottare una definizione di previsione ancora più deterministica: o dici esattamente cosa accadrà, oppure non hai previsto nulla.

Prevedere non significa indovinare un evento unico

Una previsione non deve necessariamente assumere la forma: “Il 12 ottobre perderai il lavoro.” Questa è soltanto una forma possibile di previsione: altamente specifica e deterministica.

Esistono invece previsioni probabilistiche. Quando la meteorologia indica il 70% di probabilità di pioggia sta facendo una previsione. Quando in medicina si afferma che un certo fattore aumenta il rischio di un determinato esito, si sta formulando una prognosi. Quando si stima un aumento della probabilità di recessione, si sta comunque prevedendo.

Una previsione non smette di essere tale perché non implica certezza.

Il simbolismo astrologico contraddice la pretesa dell’evento preciso

La contraddizione diventa ancora più evidente perché gli astrologi evolutivi sostengono continuamente che un simbolo astrologico può manifestarsi in modi differenti, che uno stesso transito può produrre esperienze diverse e che il simbolo deve essere letto nel contesto.

Benissimo. Ma allora perché, quando si parla di previsione, pretendere improvvisamente che l’astrologo debba indicare un solo evento preciso?

Se il simbolo astrologico è polisemico e multivalente, è perfettamente coerente immaginare che una configurazione non determini necessariamente un evento unico, ma aumenti la probabilità di una certa classe di eventi.

La previsione probabilistica è perfettamente compatibile con il simbolismo

Supponiamo che una determinata configurazione sia associata a rotture, allontanamenti, conflitti relazionali, interruzioni di collaborazioni o chiusure contrattuali.

L’astrologo non è obbligato a dire: “Divorzierai.” Potrebbe formulare invece una previsione del tipo: “In questo periodo aumenta la probabilità di una rottura significativa o di una ristrutturazione importante nei legami.”

Questa è una previsione. Non diventa “non previsione” soltanto perché non specifica quale particolare manifestazione si verificherà.

Il vero problema è la vaghezza, non la probabilità

Naturalmente una previsione probabilistica non deve diventare una scusa per dire qualsiasi cosa. Frasi come “potrebbe accadere qualcosa di importante” oppure “potresti vivere una trasformazione” sono talmente generiche da poter essere adattate praticamente a tutto.

Il problema metodologico vero è un altro: quanto la previsione riesce a restringere il campo degli esiti possibili?

Se una configurazione viene associata a una categoria precisa, per esempio “rottura significativa di un legame”, la domanda seria diventa: questa categoria compare davvero più frequentemente quando è presente quella configurazione rispetto a quando non lo è?

Questo sì che sarebbe verificabile

Si potrebbe definire prima la categoria di eventi, stabilire criteri chiari, osservare numerosi casi e confrontare la frequenza degli eventi con quella attesa in assenza della configurazione astrologica.

Questa impostazione rispetterebbe sia il carattere simbolico dell’astrologia sia una logica probabilistica.

Non sarebbe necessario pretendere che un simbolo corrisponda sempre e soltanto a un singolo evento.

Il vero pericolo è l’interpretazione a posteriori

La debolezza nasce quando il significato viene continuamente adattato dopo aver conosciuto l’evento.

Prima: “Questa configurazione indica cambiamenti professionali.”

Accade una separazione sentimentale.

Dopo: “In realtà parlava comunque di trasformazione.”

Questo è il problema, perché se il significato può essere allargato indefinitamente a posteriori, qualsiasi evento può essere fatto rientrare nel simbolo.

Un sistema capace di spiegare tutto dopo che è accaduto rischia di non prevedere nulla.

Due estremi ugualmente sbagliati

Da una parte troviamo il determinismo ingenuo: “Se l’astrologia funziona deve indicare esattamente cosa succederà.”

Dall’altra troviamo l’indeterminatezza assoluta: “Il simbolo può manifestarsi in qualsiasi modo, quindi non si può prevedere nulla.”

Tra questi due estremi esiste una possibilità molto più ragionevole: una configurazione astrologica potrebbe non determinare un singolo evento, ma modificare la probabilità di determinate classi di eventi.

La contraddizione dell’astrologia evolutiva

Molti astrologi evolutivi affermano contemporaneamente che “il simbolo astrologico è complesso, polisemico e non deterministico” e che “se non sai dire esattamente cosa accadrà, non hai previsto nulla.”

Le due affermazioni sono difficilmente compatibili.

Se si riconosce la polisemia del simbolo, allora bisogna riconoscere almeno in linea teorica anche la possibilità di una previsione probabilistica.

Altrimenti si finisce per utilizzare contro l’astrologia previsionale proprio quella concezione rigida e deterministica che si dichiara di voler combattere.

La vera domanda da porre all’astrologia

La questione seria non è chiedere all’astrologo di trasformarsi in un indovino capace di descrivere ogni dettaglio futuro. Le domande metodologicamente importanti sono altre: le categorie previsionali sono stabilite prima? Sono abbastanza specifiche? I criteri restano identici dopo aver conosciuto gli eventi? I risultati superano ciò che ci aspetteremmo dal caso? Altri astrologi potrebbero applicare gli stessi criteri ottenendo risultati simili?

Pretendere invece: “Dimmi esattamente cosa succederà, altrimenti non è previsione” non rappresenta maggiore rigore. Rappresenta semplicemente una concezione troppo povera e deterministica del concetto di previsione.

Conclusione

L’astrologia evolutiva ha tutto il diritto di criticare il fatalismo. Ma non può farlo ridefinendo arbitrariamente la parola “previsione”.

Una previsione probabilistica rimane una previsione.

E se davvero il simbolismo astrologico possiede quella pluralità di manifestazioni che gli astrologi evolutivi rivendicano continuamente, allora una concezione probabilistica della previsione non solo è compatibile con l’astrologia: è probabilmente molto più coerente con il suo stesso linguaggio simbolico.

La vera domanda quindi non è: “Hai indovinato esattamente l’evento?”

La vera domanda è: “L’astrologia riesce realmente a modificare le nostre aspettative sugli eventi meglio di quanto potrebbe fare il caso?”

Astrologia evolutiva e disinformazione


Astrologia evolutiva e karmica: quando la rilettura moderna diventa disinformazione storica

 

Una delle affermazioni che circolano con maggiore disinvoltura negli ambienti dell’astrologia evolutiva e karmica è che l’astrologia sarebbe nata come uno “specchio” attraverso il quale l’essere umano poteva guardare dentro di sé, esplorare il proprio inconscio, comprendere la propria anima o riconoscere il proprio percorso evolutivo.

Il problema è molto semplice: questa affermazione non trova riscontro nella storia dell’astrologia.

E allora la domanda diventa inevitabile: come è possibile che persone che si presentano come studiosi, insegnanti o divulgatori di astrologia continuino a ripetere una ricostruzione storica per la quale non producono documenti, testi antichi o fonti specialistiche?

Qui non siamo più nel campo della libera interpretazione astrologica. Siamo nel campo della disinformazione.

L’astrologia antica non nasce per esplorare l’inconscio

Le fonti più antiche sull’astrologia ci portano in Mesopotamia. E ciò che troviamo non assomiglia affatto alla narrazione oggi proposta da una parte dell’astrologia evolutiva.

Troviamo presagi celesti collegati al destino del sovrano, alle guerre, alle epidemie, ai raccolti, alle carestie, alle condizioni del regno e ad altri eventi concreti. Successivamente, con lo sviluppo dell’astrologia individuale e oroscopica, vengono formulate valutazioni riguardanti la vita del nativo, la famiglia, la condizione sociale, la fortuna, la salute, i figli, la carriera e la durata della vita.

L’inconscio non c’è.

Il percorso evolutivo dell’anima non c’è.

La crescita karmica attraverso il tema natale non c’è.

Il tema come specchio psicologico non c’è.

Questi concetti entreranno nell’astrologia molti secoli dopo, soprattutto attraverso l’incontro novecentesco con la psicologia del profondo, il pensiero junghiano, la teosofia e altre correnti spiritualiste moderne.

Dire quindi che l’astrologia “è nata” come strumento per esplorare l’inconscio significa attribuire agli antichi categorie concettuali che appartengono alla modernità.

Non è una diversa opinione.

È un errore storico.

Il trucco linguistico: da “io la uso così” a “è nata per questo”

Il passaggio attraverso il quale nasce questa falsa ricostruzione è abbastanza facile da individuare.

Un astrologo contemporaneo potrebbe legittimamente affermare:

“Io utilizzo il tema natale come strumento di introspezione.”

Fin qui non esiste alcun problema.

Potrebbe aggiungere:

“Ritengo che l’astrologia possa essere utilizzata come uno specchio della psiche.”

Anche questa è una posizione teorica perfettamente legittima, purché venga presentata come tale.

Ma spesso accade qualcosa di diverso.

La frase:

“Possiamo utilizzare l’astrologia come specchio della psiche”

si trasforma gradualmente in:

“L’astrologia è uno specchio della psiche.”

Poi diventa:

“La vera funzione dell’astrologia è conoscere se stessi.”

E infine:

“L’astrologia è nata per permettere all’essere umano di conoscere il proprio mondo interiore.”

Ma queste quattro affermazioni non sono equivalenti.

La prima descrive un uso contemporaneo.

La seconda propone una concezione dell’astrologia.

La terza formula una tesi filosofica sulla sua funzione.

La quarta formula invece una tesi storica.

E quando si formula una tesi storica bisogna dimostrarla storicamente.

Non basta che suoni bene.

Non basta che sia spiritualmente suggestiva.

Non basta che l’abbia ripetuta il proprio insegnante.

Non basta averla letta in un libro di astrologia karmica.

Il presentismo: inventare il passato a immagine del presente

Uno dei principali errori compiuti in questi ambienti è il presentismo storico.

Il presentismo consiste nel proiettare sul passato categorie, sensibilità e idee appartenenti al presente.

L’astrologo evolutivo contemporaneo ragiona utilizzando concetti come:

  • inconscio;
  • individuazione;
  • archetipo;
  • ombra;
  • evoluzione personale;
  • karma;
  • missione dell’anima;
  • crescita spirituale;
  • consapevolezza.

Successivamente guarda all’astrologia antica attraverso queste stesse categorie e finisce per convincersi che esse fossero già implicitamente presenti fin dall’origine.

Ma questo è esattamente ciò che uno storico serio cerca di non fare.

È come sostenere che la tragedia di Edipo sia stata scritta nell’antica Grecia per spiegare il complesso edipico semplicemente perché Freud, millenni più tardi, ha utilizzato quel mito all’interno della propria teoria psicologica.

Freud può reinterpretare Edipo.

Ma Freud non può cambiare retroattivamente le ragioni storiche per cui Sofocle scrisse l’Edipo re.

Allo stesso modo, Jung, Rudhyar, Greene o qualsiasi altro autore moderno possono reinterpretare l’astrologia in chiave psicologica.

Ma non possono riscrivere retroattivamente la storia dell’astrologia.

L’astrologia evolutiva riscrive spesso la storia per legittimare se stessa

Qui emerge un problema più delicato.

Una corrente moderna acquista maggiore autorevolezza se riesce a presentare le proprie idee non come una recente reinterpretazione, ma come il recupero di una sapienza originaria perduta.

Dire:

“Nel Novecento alcuni astrologi hanno deciso di reinterpretare il tema natale attraverso categorie psicologiche e spirituali.”

è storicamente molto meno affascinante di dire:

“Gli antichi sapevano che il cielo è uno specchio dell’anima, ma nel corso dei secoli abbiamo dimenticato il vero significato dell’astrologia.”

La seconda narrazione è enormemente più seducente.

Contiene un mistero.

Contiene una conoscenza perduta.

Contiene l’idea di un’antica saggezza.

E soprattutto conferisce all’astrologo contemporaneo un ruolo prestigioso: egli non starebbe inventando una nuova interpretazione, ma starebbe recuperando una verità dimenticata.

Peccato che tra una bella narrazione e una ricostruzione storica esista una differenza fondamentale: le fonti.

“Gli antichi sapevano”: la frase che sostituisce le prove

Una caratteristica ricorrente di certa divulgazione spiritualista è l’utilizzo di formule vaghe come:

“Gli antichi sapevano…”

“Da sempre l’uomo ha guardato il cielo per comprendere se stesso…”

“L’antica astrologia conosceva il legame tra cielo e anima…”

“La vera astrologia non ha mai avuto lo scopo di prevedere il futuro…”

Di fronte a frasi del genere dovrebbe partire automaticamente una domanda:

Quali antichi?

In quale epoca?

In quale testo?

In quale lingua?

In quale passaggio?

Secondo quale storico dell’astrologia?

È qui che molto spesso la costruzione comincia a crollare.

Perché al posto delle fonti arrivano citazioni di autori contemporanei, interpretazioni esoteriche, riferimenti generici a Ermete, Jung, simboli, archetipi o al famoso “come sopra così sotto”.

Ma citare una massima filosofica non dimostra affatto che gli astrologi babilonesi utilizzassero il cielo per esplorare l’inconscio.

È un salto logico enorme.

Il problema della cultura delle fonti

La questione più grave, a mio parere, riguarda però la scarsa cultura della verifica presente in una parte dell’ambiente astrologico.

Una frase viene letta in un libro.

Quel libro cita un altro astrologo.

Un insegnante la ripete durante un corso.

Gli allievi la riportano sui social.

Altri astrologi la inseriscono nei propri video.

Dopo vent’anni nessuno ricorda più da dove provenga.

A quel punto la frase diventa semplicemente:

“È noto che…”

E nasce così una falsa conoscenza collettiva.

Nessuno ha controllato.

Nessuno ha chiesto il documento originario.

Nessuno ha cercato la fonte primaria.

Ma tutti hanno sentito la stessa affermazione decine di volte.

La ripetizione produce familiarità e la familiarità viene facilmente scambiata per verità.

Quando la scuola diventa identità

Esiste poi un altro problema: l’identificazione con il proprio paradigma astrologico.

Se una persona costruisce la propria identità professionale intorno all’idea di praticare una forma di astrologia “più profonda”, “più evoluta”, “più spirituale” o “meno fatalistica” rispetto all’astrologia tradizionale, la ricostruzione storica rischia inevitabilmente di essere influenzata da questa necessità.

La storia finisce allora per diventare una battaglia narrativa.

L’astrologia antica viene descritta come:

fatalistica, deterministica, rozza, predittiva, esteriore.

L’astrologia evolutiva viene invece descritta come:

consapevole, psicologica, spirituale, libera, trasformativa.

E a quel punto è facilissimo costruire una storia in cui la seconda non rappresenterebbe una recente scuola astrologica, ma addirittura il ritorno alla vera essenza originaria dell’astrologia.

È un racconto perfetto.

Peccato che la storia non abbia il compito di confermare l’identità di una scuola astrologica.

Una reinterpretazione moderna viene mascherata da tradizione antica

Storicamente sarebbe molto più corretto affermare che, soprattutto tra XIX e XX secolo, l’astrologia occidentale ha subito una profonda trasformazione.

L’influenza della teosofia, della psicologia del profondo, del pensiero junghiano e successivamente di autori come Dane Rudhyar ha contribuito a spostare progressivamente l’attenzione dall’evento esterno alla personalità e alla dimensione simbolica dell’esperienza.

Successivamente l’astrologia psicologica, umanistica, karmica ed evolutiva ha sviluppato ulteriormente questa impostazione.

Nulla impedisce di farlo.

Una disciplina può cambiare.

Può essere reinterpretata.

Può essere utilizzata per finalità completamente diverse da quelle originarie.

Ma bisogna avere l’onestà intellettuale di chiamare le cose con il loro nome:

reinterpretazione moderna.

Non “antica funzione dimenticata”.

La parola “inconscio” dovrebbe già mettere fine alla discussione

C’è persino un dettaglio quasi grottesco nella frase secondo cui l’astrologia sarebbe “nata per esplorare l’inconscio”.

Il concetto moderno di inconscio nasce all’interno di una storia culturale e psicologica estremamente tarda rispetto alle origini dell’astrologia.

Utilizzare retroattivamente questa categoria per descrivere le intenzioni degli astrologi di migliaia di anni fa significa fare esattamente ciò che una ricostruzione storica rigorosa non dovrebbe mai fare.

Si può certamente sostenere oggi che un simbolo astrologico venga interpretato come rappresentazione di un contenuto inconscio.

Ma da questo non deriva minimamente che gli antichi abbiano inventato l’astrologia con quello scopo.

La domanda che ogni divulgatore dovrebbe essere costretto ad affrontare

Per verificare quanto sia solida questa narrazione basta formulare una domanda semplicissima:

“Qual è il più antico documento astrologico nel quale viene affermato che lo scopo dell’astrologia consiste nell’esplorazione dell’inconscio o nell’evoluzione psicologica dell’individuo?”

Non serve una conferenza di due ore.

Non servono discorsi sul simbolismo.

Non serve spiegare che “gli antichi ragionavano diversamente”.

Serve il testo.

Autore.

Datazione.

Passaggio.

Fonte.

Se non esistono, l’affermazione deve essere ritirata.

Il diritto di reinterpretare non è il diritto di falsificare la storia

Gli astrologi evolutivi e karmici hanno tutto il diritto di costruire il proprio sistema.

Possono interpretare Saturno come esperienza di maturazione.

Possono leggere Plutone come simbolo di trasformazione.

Possono utilizzare i nodi lunari in chiave karmica.

Possono parlare di anima, consapevolezza, evoluzione, ombra o individuazione.

Possiamo discutere separatamente se queste idee siano valide, verificabili o utili.

Ma esiste una cosa che nessuna scuola astrologica dovrebbe concedersi:

inventare il proprio passato per legittimare il proprio presente.

Quando una concezione sviluppatasi in epoca moderna viene proiettata migliaia di anni indietro senza documentazione, non siamo più di fronte a una semplice interpretazione.

Siamo davanti a una falsificazione narrativa della storia della disciplina.

Conclusione: prima di parlare degli antichi, studiamo gli antichi

L’aspetto paradossale è che molti ambienti astrologici parlano continuamente di “consapevolezza”, ma mostrano pochissima consapevolezza riguardo alla provenienza storica delle proprie idee.

Si predica la profondità, ma spesso non si controlla una fonte.

Si parla di ricerca interiore, ma non si svolge una ricerca bibliografica.

Si invoca la conoscenza degli antichi, ma raramente si leggono gli studi degli storici che quegli antichi li hanno studiati realmente.

Si accusa l’astrologia tradizionale di essere antiquata mentre, contemporaneamente, si attribuiscono agli astrologi antichi idee che non risultano dai loro testi.

Questo è il punto che considero più grave.

Non è necessario condividere l’astrologia predittiva.

Non è necessario rifiutare l’astrologia psicologica.

Non è necessario scegliere tra astrologia tradizionale ed evolutiva.

È necessario soltanto rispettare una regola elementare dell’onestà intellettuale:

non trasformare ciò che vorremmo che il passato fosse in ciò che il passato è realmente stato.

Se l’astrologia evolutiva vuole essere considerata una disciplina seria, dovrebbe cominciare proprio da qui: distinguere le proprie credenze, le proprie metafore e le proprie reinterpretazioni moderne dai fatti storici.

Perché una bella storia, anche quando viene ripetuta da migliaia di astrologi, non diventa vera per consenso.

E l’affermazione secondo cui l’astrologia sarebbe nata come “specchio dell’inconscio” resta esattamente questo: una narrazione moderna spacciata troppo spesso per storia antica.

Un consiglio: un conto è dire che l'astrologia nasce per sondare l'inconscio e un altro conto è affermare che è l'astrologia evolutiva che nasce per sondare l'inconscio. Attenzione a non disinformare perché poi i lettori non comprendono la differenza.