Il punto da cui occorre partire è molto semplice, ma spesso viene completamente dimenticato: prima di stabilire cosa un soggetto dovrebbe fare per “evolvere”, bisogna dimostrare di possedere uno strumento capace di dire quando e come certe cose accadranno o potranno accadere.
Negli ultimi decenni si è diffusa quella che viene chiamata astrologia evolutiva, una corrente che attribuisce all’astrologo il compito di accompagnare il consultante nel proprio percorso di crescita interiore. L’intenzione, sulla carta, può sembrare nobile: aiutare una persona a sviluppare consapevolezza, a migliorare se stessa, a orientarsi nella vita. Tuttavia, quando si osserva con attenzione il presupposto logico di questa impostazione, emergono alcune questioni fondamentali che raramente vengono affrontate.
La prima riguarda l’autorità con cui l’astrologo suggerisce al soggetto cosa dovrebbe fare. Se un astrologo dice a qualcuno che è arrivato il momento di intraprendere un percorso spirituale, di affrontare una crisi o di compiere una certa scelta per “evolvere”, sta implicitamente affermando di sapere che quel momento è realmente più adatto di altri. Ma da dove deriva questa affermazione? Su quale base può essere formulata?
Qui entra in gioco una distinzione fondamentale della tradizione astrologica: l’astrologia elettiva.
L’astrologia elettiva nasce proprio con l’obiettivo di individuare il momento più opportuno per compiere una determinata azione. Eleggere un momento significa affermare che esistono condizioni astrologiche più favorevoli di altre per iniziare qualcosa: un viaggio, un’attività, un matrimonio, un’impresa. Ma per poter sostenere una cosa del genere è necessario un presupposto logico molto chiaro: l’astrologia deve essere capace di prevedere.
Se l’astrologia non ha alcuna capacità predittiva, se non è in grado di distinguere tra periodi favorevoli e periodi sfavorevoli, allora non può neppure stabilire quando sia il momento migliore per fare qualcosa. E se non può farlo, diventa difficile comprendere con quale autorità possa indicare al soggetto cosa dovrebbe fare per evolvere.
In altre parole: prima della dimensione evolutiva viene quella previsionale.
Solo un metodo che dimostra una certa affidabilità nel mettere in relazione configurazioni astrologiche ed eventi può permettere di dire che un certo periodo è più adatto per intraprendere una determinata azione. Senza questo passaggio preliminare, il rischio è che le indicazioni offerte al consultante diventino semplicemente interpretazioni personali, consigli generici o narrazioni simboliche.
Ed è qui che emerge un secondo punto decisivo.
Per svolgere una funzione orientativa reale, l’astrologia deve essere prima di tutto descrittiva. Deve cioè essere capace di descrivere fenomeni, cicli, eventi e situazioni con un certo grado di coerenza e verificabilità. Solo dopo aver dimostrato questa capacità può eventualmente trasformarsi in uno strumento di orientamento.
Quando invece l’astrologia rinuncia alla dimensione descrittiva e diventa esclusivamente narrativa — cioè quando costruisce racconti simbolici, suggestioni psicologiche o percorsi spirituali senza un reale confronto con i fatti — allora smette di essere uno strumento di osservazione dei cicli e diventa qualcos’altro: una forma di discorso motivazionale o filosofico, tanto in voga presso le "astrologhe" moderne.
Questo non significa che il lavoro sulla crescita personale non sia importante. Al contrario: esistono discipline che hanno sviluppato strumenti molto più adeguati per accompagnare una persona nella propria evoluzione interiore — dalla psicologia alle pratiche terapeutiche, fino ai metodi di coaching e di crescita personale.
Il punto, piuttosto, è un altro: non tutto ciò che parla di evoluzione possiede realmente gli strumenti per produrla.
Se l’astrologia vuole mantenere una propria identità disciplinare, deve partire dal suo nucleo originario: lo studio dei cicli, delle configurazioni e delle correlazioni tra cielo e vita umana. Deve cioè essere prima di tutto un linguaggio descrittivo dei fenomeni, capace di distinguere ciò che accade da ciò che semplicemente immaginiamo o vorremmo accadesse (come purtroppo ha fatto Rudhyar). Solo dopo aver stabilito con chiarezza questa base diventa possibile discutere di tutto il resto: orientamento, decisioni, scelte, perfino crescita personale.
Ma se si salta questo passaggio fondamentale, il rischio è di costruire un’intera visione dell’astrologia non su ciò che essa dimostra di saper fare, bensì su ciò che si vorrebbe che facesse.
E in questo caso non stiamo più parlando di astrologia come metodo di conoscenza dei cicli, ma semplicemente di un racconto che utilizza il linguaggio dell’astrologia per parlare d’altro.
Una possibile obiezione a questo ragionamento è la seguente: ma qualsiasi momento è buono per evolversi. In fondo, ogni esperienza della vita può diventare un’occasione di crescita, di consapevolezza o di cambiamento.
Questa osservazione, in sé, è perfettamente ragionevole. Nessuno può negare che ogni fase dell’esistenza possa diventare uno stimolo per maturare o comprendere qualcosa di più su se stessi. Tuttavia, il punto della questione non è questo. Il problema nasce quando si afferma che proprio un determinato transito astrologico indicherebbe il tipo di lavoro interiore da fare in quel preciso momento.
Molti astrologi evolutivi sostengono che ogni transito rappresenti un’occasione di evoluzione. In questa prospettiva, l’astrologo interpreta la configurazione del cielo come un invito a sviluppare determinate qualità, affrontare certi blocchi interiori o intraprendere specifici percorsi di consapevolezza. Ma, osservata da vicino, questa operazione assomiglia molto a un’idea che in ambito astrologico è stata formulata in modo diverso da Ciro Discepolo, ovvero il concetto di esorcizzazione del simbolo.
Secondo questa impostazione, un transito può essere “antagonizzato” o neutralizzato indirizzando consapevolmente la propria azione verso attività simbolicamente affini. In altre parole, se una configurazione astrologica potrebbe produrre un certo tipo di evento, il soggetto può cercare di anticiparlo o incanalarlo in una forma meno dannosa.
Ora, è evidente che questo stesso principio potrebbe teoricamente essere utilizzato anche per un percorso di crescita o di consapevolezza personale. Ma qui emerge la questione centrale: su quale base si stabilisce che proprio quel transito debba essere il punto su cui lavorare?
Per poter dire che un determinato transito è rilevante, bisognerebbe prima essere certi che i transiti funzionino davvero e che producano effetti riconoscibili nella realtà. In altre parole, bisognerebbe avere una solida base di osservazione empirica e di metodo.
Ed è proprio qui che emerge una delle criticità dell’astrologia contemporanea. Gran parte dell’astrologia moderna ha progressivamente smesso di interrogarsi sul metodo, sull’efficacia e sulla verificabilità delle proprie tecniche, concentrandosi invece sul potere evocativo del linguaggio simbolico.
Non solo. Nelle interpretazioni vengono spesso introdotti elementi la cui efficacia non è mai stata realmente dimostrata, come Lilith, Chirone o i Nodi lunari, utilizzati per descrivere dinamiche psicologiche profonde senza che esista una reale verifica della loro capacità di produrre eventi o fenomeni osservabili.
A questo punto nasce una domanda inevitabile: chi stabilisce che sia necessario lavorare proprio su quel transito e non su un altro?
Perché non su una posizione della rivoluzione solare?
Perché non su un’altra configurazione del tema natale?
Perché non su un ciclo planetario diverso?
Se non esistono criteri chiari per stabilire la rilevanza di una configurazione rispetto a un’altra, il rischio è che la scelta diventi inevitabilmente soggettiva. Può dipendere dalle convinzioni personali dell’astrologo, dalla scuola a cui appartiene, oppure semplicemente dal racconto del cliente.
In questo modo l’interpretazione astrologica rischia di trasformarsi in un meccanismo molto elastico: a partire da ciò che il consultante racconta della propria vita, l’astrologo può sempre individuare qualche simbolo o qualche transito che sembri giustificare quella situazione. Ma questa operazione non dimostra che quel transito sia realmente la causa o il fattore determinante.
Per questo motivo, se l’obiettivo è realmente aiutare una persona nel proprio percorso di crescita, la combinazione più sensata sarebbe un’altra: un professionista che possieda, da un lato, una conoscenza astrologica fondata su un metodo realmente efficace e verificabile — capace cioè di descrivere con precisione le dinamiche del soggetto (cosa che è possibile fare solo con l'astrologia giudiziaria, ovviamente) — e, dall’altro, una formazione specifica nel campo della psicologia.
Solo in questo caso l’astrologia potrebbe diventare uno strumento di osservazione utile all’interno di un lavoro più ampio sulla persona. In assenza di queste condizioni, invece, il rischio è che il discorso evolutivo rimanga soprattutto un racconto suggestivo, costruito più sulla forza delle parole che sulla solidità del metodo (come in effetti accade oggi).
A questo punto si può aggiungere un’ulteriore riflessione che rende ancora più evidente il problema. Ogni autentico percorso di crescita personale contiene già in sé alcune fasi inevitabili: momenti di avanzamento, momenti di arresto, momenti di revisione, ripensamenti, ritorni su questioni del passato, fasi di maggiore riflessione o di ponderazione prima di agire. Chiunque abbia una minima esperienza dei processi psicologici sa che l’evoluzione personale non è mai lineare. È fatta di progressi e regressi, di slanci e di ripiegamenti, di intuizioni improvvise e di lunghe fasi di rielaborazione.
Ebbene, tutte queste dinamiche vengono spesso attribuite, in astrologia moderna, ai pianeti retrogradi. Quando un pianeta è retrogrado, si dice che sia il momento di fermarsi, di riflettere, di rivedere le proprie scelte, di tornare su questioni irrisolte del passato, di riconsiderare ciò che si è fatto o pensato.
Ma qui emerge un problema logico piuttosto evidente, direi elementare: se ogni percorso evolutivo contiene già in sé, in modo naturale, la necessità di fermarsi, riflettere, tornare sui propri passi, rivedere le proprie posizioni e rielaborare il passato, allora diventa piuttosto irrilevante attribuire queste dinamiche esclusivamente ai periodi di retrogradazione dei pianeti. Sono processi che possono verificarsi in qualsiasi momento della vita e durante qualsiasi percorso di crescita.
In altre parole: non c’è nulla di specifico nella retrogradazione che non faccia già parte della normale dinamica dell’evoluzione psicologica!
Questo rende piuttosto debole l’idea secondo cui i pianeti retrogradi indicherebbero momenti privilegiati per la revisione interiore o per la riflessione su se stessi. Quelle stesse operazioni — riflettere, riconsiderare, rielaborare il passato, modificare le proprie posizioni — fanno parte di qualsiasi lavoro serio sulla consapevolezza personale.
E proprio qui emerge una delle contraddizioni più evidenti di una certa astrologia contemporanea. Molti astrologi parlano continuamente di evoluzione, di crescita interiore e di trasformazione psicologica, ma allo stesso tempo mostrano di avere una conoscenza molto superficiale dei reali processi psicologici che caratterizzano il cambiamento umano. Di conseguenza posso affermare quasi in maniera assoluta, che non ci sia nemmeno un astrologo evolutivo capace di fare i ragionamenti più elementari, e che, di conseguenza, non si accorge di dire un sacco di frottole che al massimo possono regalare qualche centinaio di like.
Chi ha una minima familiarità con la psicologia sa che la crescita personale non procede mai in modo lineare e che i momenti di revisione e di ritorno su se stessi non sono eventi eccezionali da collegare a specifiche configurazioni astrali: sono parte integrante del processo stesso.
Per questo motivo, attribuire tali dinamiche ai pianeti retrogradi rischia di diventare una spiegazione estremamente generica, che funziona sempre e comunque proprio perché descrive qualcosa che accade inevitabilmente in ogni percorso umano. E questa è forse una delle ragioni per cui tali interpretazioni risultano così persuasive: non perché descrivano fenomeni specifici e verificabili, ma perché si appoggiano su dinamiche psicologiche universali.
Paradossalmente, proprio questo rivela uno dei limiti più evidenti di certa astrologia moderna. Nel momento in cui si pretende di parlare di crescita, evoluzione e processi interiori senza una reale conoscenza della psicologia e di ciò che funziona davvero, si finisce per formulare interpretazioni che sembrano profonde ma che, in realtà, non fanno altro che descrivere dinamiche talmente generali da essere sempre valide.
E quando un’interpretazione funziona sempre, indipendentemente dalle condizioni specifiche, il rischio è che non stia realmente spiegando nulla, ma semplicemente riformulando in linguaggio simbolico ciò che è già implicito nella normale esperienza umana.
In sintesi, bisogna necessariamente passare per l'astrologia previsionale, essere capaci di fare previsioni per rendersi conto di cosa funziona davvero e cosa è da scartare. Poi è necessario avere una formazione accurata in logica, metodo scientifico e psicologia, cosa che richiede anni di studio e formazione. Infine bisogna essere persone intelligenti e purtroppo quella è una competenza che in pochi possiedono dato che risulta difficile per tutti (e in tutto il mondo dio mio!!!) persino capire la questione delle retrogradazioni... Basti pensare a quella "astrologa" che dice non sia un caso che un terremoto sia accaduto durante la fase di eclissi lunare. Ecco: se questi sono i ragionamenti di chi si occupa di astrologia evolutiva, allora possiamo dire che questa è la materia preferita soprattutto da chi non ragiona, ma assume il ruolo di voler aiutare qualcuno ad evolversi!!!
Questo lascia purtroppo una dura constatazione della realtà: astrologi di successo sanno essere molto convincenti; ma non sono necessariamente astrologi intelligenti.









