31 gennaio 2026

La trasparenza nel metodo Galeota

La legge italiana e la pratica dell’astrologia

1. L’astrologia non è una professione regolamentata
In Italia esiste una distinzione tra professioni regolamentate (come medico, psicologo, avvocato) e professioni non regolamentate. La Legge 14 gennaio 2013 n. 4 disciplina le professioni intellettuali non organizzate in ordini o collegi. L’astrologia rientra in questa categoria: è un’attività liberamente esercitabile senza albo o abilitazione statale specifica.

2. La consulenza astrologica è lecita
La legge italiana non vieta la pratica dell’astrologia né l’offerta di consulenze astrologiche. Attività analoghe come la cartomanzia sono considerate lecite purché non si configurino truffa o abuso di credulità. Secondo la giurisprudenza (Consiglio di Stato), l’art. 121 del Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza vieta la figura del “ciarlatano” intesa come chi specula sulla credulità popolare, ma non vieta in sé attività come cartomanzia o astrologia se svolte in modo trasparente.

3. Consulenza astrologica ≠ abuso professionale
L’abusivismo professionale si verifica solo quando si esercita senza titolo una professione regolamentata. Poiché l’astrologia non è una professione regolamentata, offrire consulenze astrologiche non costituisce abuso, a condizione che il professionista non si presenti come psicologo, medico o altra figura soggetta ad albo. È inoltre necessario evitare promesse di guarigione, garanzie di risultati o affermazioni ingannevoli sull’efficacia scientifica.

4. Assenza di albo statale per astrologi
Non esiste un albo professionale riconosciuto dallo Stato per gli astrologi. Eventuali elenchi o certificazioni rilasciate da scuole o associazioni hanno valore interno ma non valore legale.

In sintesi
L’astrologia è consentita dalla legge italiana come attività professionale non regolamentata. È lecito offrire consulenze astrologiche se svolte in modo trasparente, senza millantare qualifiche protette e senza creare aspettative ingannevoli. L’illegalità riguarda solo truffa, abuso di credulità o uso improprio di titoli professionali.

Il rischio teorico di circonvenzione o abuso non rende illegittima un’attività: ciò che la legge punisce sono i comportamenti illeciti specifici, non la disciplina in sé. Allo stesso modo in cui non è vietata la consulenza finanziaria, spirituale o psicologica solo perché potrebbero essere usate in modo scorretto, non è vietata neppure la consulenza astrologica.

In sintesi: non è l’astrologia a essere illegale, ma eventuali abusi individuali contro persone incapaci. La pratica astrologica rimane pienamente lecita purché svolta con trasparenza, correttezza e senza millantare qualifiche protette o promesse ingannevoli.

Perché il Metodo Galeota è trasparente

  1. Dichiara esattamente cosa può fare e cosa non può fare l’astrologia.
    Nessuna promessa, nessun miracolismo, nessuna ambiguità tra astrologia, psicologia o terapia.
  2. Espone pubblicamente i criteri tecnici.
    Orbi, regole, esclusioni, criteri predittivi e limiti sono dichiarati, tracciabili e verificabili.
  3. Separa con rigore simbolo e scienza.
    Non pretende basi scientifiche che non esistono e non vende illusioni travestite da metodo scientifico.
  4. Rende verificabile ogni affermazione.
    Mostra casi, contro-esempi, errori, bias e limiti. Non chiede fede: richiede verifica.
  5. Esclude qualsiasi forma di manipolazione emotiva.
    Nessuna psicologizzazione nascosta, nessun linguaggio seduttivo, nessuno sfruttamento di fragilità.
  6. Non usa ambiguità sul ruolo professionale.
    Non si presenta come psicologo, non usa titoli protetti, non confonde livelli giuridici o competenze.
  7. Si fonda su un Codice Etico pubblico e coerente.
    Il metodo è regolato da norme interne che vietano abuso, dipendenza, promesse ingannevoli o artifici retorici.

Chi è l’autore

Giuseppe “Al Rami” Galeota — Dottore in Scienze e Tecniche Psicologiche, Astrologo professionista e ideatore del Metodo Galeota per l’astrologia verificabile.

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Tutti i contenuti seguono criteri di rigore, chiarezza, verificabilità e responsabilità predittiva secondo il Metodo Galeota.

Gli "scienziati" giustizieri

Gli scienziati giustizieri


Esiste una categoria molto particolare di critici dell’astrologia: quelli che si autoproclamano “razionali”, “paladini della scienza”, “difensori della verità”. Ma che poi, al momento di leggere una risposta, verificare un argomento o controllare un dato, svaniscono come nebbia al sole. Alcuni, anzi, moltissimi, di scienza non sanno proprio nulla. 

Sono i giustizieri della scienza, quelli che parlano di giustizia ma praticano solo il giustizialismo: etichettano senza conoscere, giudicano senza verificare, e soprattutto confondono la scienza con il proprio bisogno emotivo di sentirsi superiori.

Per loro esistono solo due possibilità: chi fa astrologia è o uno stupido, o un disonesto. Una scorciatoia perfetta per evitare qualsiasi riflessione. Una semplificazione che si spaccia per “pensiero critico”, ma che altro non è se non un pregiudizio travestito da metodo scientifico.

Il paradosso è che parlano di razionalità mentre si comportano nel modo più irrazionale possibile: non leggono, non ascoltano, non analizzano. Reagiscono. Giudicano. Condannano. Abbaiano. E si convincono pure di essere nel giusto. La razionalità, quando diventa ideologia, si trasforma nel suo opposto: una forma di fanatismo logico che non è più logica, ma solo fanatismo.

La scienza, quella vera, chiede osservazione, studio, verifica, confutazione. Non slogan. Non insulto. Non arroganza. E soprattutto non l’idea puerile che il sapere funzioni per categorie morali. Il metodo scientifico non divide il mondo tra “noi buoni” e “voi idioti”. Lo fanno solo coloro che si nascondono dietro la scienza per non affrontare i propri limiti.

Quindi sì: criticate pure l’astrologia. È un vostro diritto. Ma fatelo leggendo ciò che vi si risponde. Fatelo con onestà intellettuale. Fatelo sapendo cosa state criticando. Altrimenti non siete difensori della razionalità. Siete solo l’ennesima caricatura dello scientista dogmatico, incapace di usare proprio quella razionalità che pretende di difendere.

Quando in nome della scienza fai il bullo, squalifichi e offendi, allora stai solo esaltando il tuo ego ipertrofico; non stai difendendo i valori più sacri della scienza. 


Giuseppe A.R. Galeota
Astrologo professionista – Dottore in Scienze e Tecniche Psicologiche – Ideatore del Metodo Galeota

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27 gennaio 2026

Gli spirituali che non esistono

Le vere caratteristiche di una persona davvero spirituale


Tutti parlano di spiritualità. Tutti parlano di anima, karma, Lilith, “energie” e “evoluzione”.
Ma pochissimi incarnano davvero ciò che dicono.

La verità è semplice:
non esiste alcuna spiritualità autentica senza trasparenza, senza confronto, senza autocritica.

Ecco le vere caratteristiche di una persona realmente spirituale — non quella costruita a parole, ma quella che si vede nei fatti.


1. Sa dire “non lo so”

La persona spirituale non teme l’ignoranza perché non teme di perdere la faccia.
Sa che l’umiltà è il primo passo verso la conoscenza.

2. Non accusa chi le mostra una crepa

Chi si sente “attaccato” da una domanda o da una contestazione non è spirituale:
è fragile, spaventato, dominato dall’ego.

La grande anima ascolta.
Non combatte chi le fa notare qualcosa: impara.

3. Non si nasconde dietro lo slogan “nessuno ha la verità”

Quando serve rigore, porta rigore.
Quando c’è un’argomentazione, risponde con argomenti.
Non usa frasi-feticcio per evitare il confronto.

4. Mette l’energia nei confronti, non nel pubblico che applaude

Chi cerca consenso evita il confronto.
Chi cerca la verità lo affronta.

Il vero spirituale non teme la dialettica: la cerca.

5. Impara di più proprio dove trova chi gli dà torto

Perché lì cresce.
Lì c’è il terreno fertile dell’evoluzione interiore.
Lì il narcisismo si scioglie e si diventa più grandi.

6. Allena tolleranza, empatia, capacità di mettersi in discussione

Non si definisce “evoluto”:
dimostra di esserlo.

7. Sa che evitare la critica rafforza il proprio ego, non la propria anima

La fuga dal confronto non è saggezza: è paura.
È fragilità travestita da “energia da proteggere”.

8. Non difende le proprie idee a tutti i costi

Chi è spirituale non ha identità rigide.
Sa che un confronto può cambiare le sue certezze — e non trema.

La verità non è una bandiera da difendere.
È un percorso da affinare.

9. Non pensa che chi critica abbia l’ego “corrotto”

Solo i fanatici, i dogmatici, i guru improvvisati credono che il dubbio sia un’offesa personale.
Il vero spirituale lo sa:
chi critica non è un nemico, ma una possibilità di evoluzione.


Conclusione

La vera persona spirituale non è quella che parla di karma, Lilith, anime, energie, ferite e destini.
È quella che non crolla davanti a una contestazione.
È quella che non si sente vittima, non si sente attaccata, non proietta paure sugli altri.

È quella che, come i maestri giapponesi,
ripara le proprie crepe con l’oro,
anziché nasconderle accusando gli altri di essere “egoici”.

La spiritualità senza autocritica è solo ego travestito.
La spiritualità autentica è forza, trasparenza, confronto, coraggio.
Tutto il resto è narrativa.

26 gennaio 2026

Le "profetesse" di Lilith

Le nuove “profetesse” dell’astrologia: spiritualità prêt-à-porter e intolleranza alla critica


Nel panorama astrologico contemporaneo proliferano figure che potremmo definire “profetesse del simbolo”: persone che parlano di anima, karma, ferite originarie, risvegli cosmici e missioni spirituali come se fossero verità rivelate, e che tuttavia reagiscono con ostilità quando qualcuno prova a fare ciò che in qualunque disciplina seria è normale: porre domande, confrontare metodi, chiedere criteri di verifica, sottolineare un errore argomentativo.

Queste figure non cercano confronto: cercano seguaci.

Dietro la facciata luminosa di parole come “evoluzione”, “consapevolezza” e “vibrazioni alte”, si nasconde spesso un tratto opposto: la totale incapacità di accettare una domanda concreta. La critica diventa un “attacco energetico”; la richiesta di metodo una “gabbia mentale”; il confronto una minaccia al personaggio costruito.

Per ironia della sorte, chi parla continuamente di crescita spirituale è spesso la prima persona a viverla come una persecuzione.

È la spiritualità che teme la realtà.

Queste profetesse pensano di sapere qualcosa, ma faticano a rispondere a domande semplicissime:

  • “Qual è il criterio di verifica?”
  • “Come distingui una previsione riuscita da una fallita?”
  • “Quali sono i contro-esempi?”

Una domanda reale basta a far crollare un castello di certezze costruito su metafore prese alla lettera. E il loro ego fa il resto: si ritirano in loro stesse e accusano. Povere fragili, hanno paura di perdere le loro certezze e se metti in discussione ciò che dicono o sei cattivo, o egocentrico, o entrambe le cose. 

5. L’astrologia non ha bisogno di profetesse

Una astrologia seria, verificabile e responsabile non teme la critica: la cerca. Accetta il confronto, distingue simbolo e narrativa, riconosce i limiti, si apre alla possibilità di confutazione.

L’astrologia non deve competere con la religione né con il misticismo motivazionale. Deve tornare ciò che può essere davvero: uno studio rigoroso dei cicli, dei fenomeni e delle correlazioni verificabili

O almeno se le profetesse vogliono continuare a non rispondere, almeno abbiamo la decenza e il buonsenso di ammettere la propria inadeguatezza, o almeno, smettere di sentirsi sotto accusa. 

Dietro la patina di luce, amore e consapevolezza, spesso si nasconde una convinzione incrollabile:

chiunque osi criticare “non è pronto”, “non vibra abbastanza”, “è nella sua ferita”.

Si tratta di una dinamica tipica delle credenze dogmatiche:

la critica è vista come un attacco personale

il confronto come “energia negativa”

la richiesta di metodo come “gabbia mentale”.

Diciamolo chiaramente: c'è molta fragilità psichica se dopo poche domande e contestazioni si finisce per vedere la critica come un attacco alla persona.

Ma dovrebbero ridimensionare il loro ego paranoico, perché nessuno sta pensando di attaccare. Si fa cultura e la cultura richiede critica e contestazione. Chi non è in grado di reggere questo deve solo ammetterlo e se proprio vuole parlare di anima, karma e spirito dovrebbe prima smettere di fare la vittima e dovrebbe cominciare a vedere la critica come una benedizione.

Perciò queste profetesse sono tutte fake. False spirituali che si atteggiano per qualche like. Ma la verità è che non lasceranno mai un segno nel mondo dell'astrologia ma saranno ogni giorno sempre più incapaci di gestire un confronto, sempre più fragili, pronte a difendersi al minimo tocco. E questo non è spirito, anima, karma. È paura ed ego, ego gigante. 

 Il vero spirito e la vera nobiltà d'animo la riconoscete in chi non solo si sottopone al confronto, ma lo apprezza e lo riconosce come il miglior modo per crescere. 

Provate e vedrete: di queste signore che parlano tanto di anima e spirito, non appena le contestate, non appena fate vedere che i loro argomenti non reggono, si mettono subito sulla difensiva. Ed è proprio lì che ti accorgi che di spirituale non hanno proprio nulla. Tutto fumo, tutto ego..

✔ Metodo Galeota — Autore & Statuto

Articolo di Giuseppe Al Rami Galeota — Dottore in Scienze e Tecniche Psicologiche,
Astrologo professionista e Counsel-Coach Strategico (Metodo Nardone).

Approfondisci metodo, criteri di verifica e statuto del lavoro:

25 gennaio 2026

Nessuno ha la verità

“Nessuno ha la verità”: la frase che uccide ogni confronto serio


Nel mondo dell’astrologia, c’è una frase che ricorre con una puntualità quasi chirurgica ogni volta che si prova ad avviare un dibattito serio:

“Tanto la verità non ce l’ha nessuno.”

A prima vista suona come un gesto di umiltà. In realtà, nella maggior parte dei casi, è una scappatoia psicologica usata per sottrarsi a qualsiasi verifica, criterio, o forma di confronto basato sui fatti.

È la frase che permette a chiunque di dire qualunque cosa senza mai rispondere di ciò che afferma. Una sospensione totale del pensiero critico, una zona franca in cui tutto vale tutto e nulla può essere discusso.


1. Perché questa frase non è umiltà ma autodifesa

Quando un astrologo pronuncia “nessuno ha la verità”, ciò che in realtà sta dicendo è:

  • “Non voglio che il mio metodo venga verificato.”
  • “Non voglio discutere il fondamento di ciò che utilizzo.”
  • “Non accetto esempi e contro-esempi.”
  • “Non voglio che qualcuno evidenzi incoerenze nel mio impianto.”

Questa frase sospende il dibattito e crea un terreno in cui non esistono criteri. È il modo più rapido per evitare la dissonanza cognitiva: “se nessuno ha la verità, allora non criticarmi”.


2. La verità assoluta non serve. Servono metodo, criteri e responsabilità.

È vero che nessuno possiede la Verità con la “V” maiuscola. Ma nessuna disciplina seria richiede la verità assoluta per funzionare:

  • psicologia,
  • medicina,
  • sociologia,
  • fisica,
  • antropologia.

Quello che serve è molto più semplice:

  • un metodo dichiarato e replicabile,
  • criteri di validità,
  • coerenza interna,
  • strumenti di controllo,
  • responsabilità comunicativa.

L’astrologia non fa eccezione. Se rifiuta questi elementi, non resta astrologia: resta narrazione soggettiva.


3. Il minimo che si può chiedere a un astrologo

Se vogliamo fare astrologia in modo serio, bisogna garantire almeno tre condizioni fondamentali:

a) Un metodo chiaro, dichiarato, replicabile

Non intuizioni, non percezioni, non fantasia archetipica. Un metodo significa regole, criteri, verifiche.

b) Distinguere fatti, interpretazioni e suggestioni

  • Fatti: posizioni astrologiche verificabili.
  • Interpretazioni: ipotesi da confrontare con la realtà.
  • Suggestioni: ciò che non è verificabile né discutibile.

c) Accettare esempi e contro-esempi

Se un’ipotesi non regge alla verifica, si corregge. Non si protegge eliminando il confronto.


4. Cosa rivela psicologicamente la frase “nessuno ha la verità”

Dal punto di vista del comportamento, questa frase è un meccanismo difensivo che serve a:

  • evitare la dissonanza cognitiva,
  • proteggere la propria identità professionale,
  • schivare il confronto,
  • alleggerire l’ansia da verifica.

Se chi la pronuncia avesse davvero a cuore il principio che “nessuno ha la verità”, allora accetterebbe anche:

  • la critica,
  • la richiesta di coerenza,
  • l’analisi metodologica,
  • la trasparenza sui propri strumenti.

Ma ciò non accade quasi mai. La frase viene usata a senso unico: protegge chi la dice, non il confronto.


5. La verità non serve: serve rigore

Per chiedere rigore non serve possedere la verità ultima. Serve solo questo:

Che ciò che fai abbia un minimo di fondamento, coerenza e possibilità di controllo.

È ciò che distingue un approccio professionale da un racconto personale.


6. Una domanda diretta a chi usa questa frase

Se davvero “nessuno ha la verità”, allora perché ti senti minacciato da una domanda metodologica? Perché rifiuti il confronto? Perché non puoi spiegare come lavori? Perché non puoi accettare una verifica?

Il punto non è chi possiede la verità. Il punto è chi possiede un metodo.

Non c'è nulla di male a non sapere qualcosa. Il male sta in chi divulga quel che sa, non sa di non sapere e non vuole correzioni da nessuno.

Quando confuto un’argomentazione, non sto affermando di avere la verità in tasca. Sto semplicemente facendo ciò che chiunque dovrebbe fare quando si confronta con un’idea: verificarne la coerenza, la logica e i criteri che la sostengono.

Il problema è che, quando una persona non ha criteri solidi e si muove in un sistema di idee soggettive, vive la critica come un attacco personale. E così, invece di rispondere nel merito, ribalta la questione accusandomi di rigidità, arroganza o presunzione di verità.

Ma non è così. Io non sto imponendo nulla. Sto solo mostrando dove un’argomentazione non regge. Confutare non significa “pensare di avere la verità”, significa rendere evidente ciò che non sta in piedi.

Chi scambia un’analisi per un’imposizione, in realtà, sta solo difendendo il proprio ego o la propria credenza, evitando di rispondere alle domande fondamentali. E se una tesi non regge a una semplice richiesta di criteri, allora il problema non sono io. È la tesi.


📌 About the Author

Questo articolo fa parte del progetto Astrologia Verificabile – Metodo Galeota, una ricerca dedicata a restituire all’astrologia criteri chiari, verificabilità, confutazione e responsabilità comunicativa.

Giuseppe Al Rami Galeota — astrologo, ricercatore indipendente e dottore in Scienze e Tecniche Psicologiche — unisce l'analisi astrologica al counsel–coaching strategico, integrando pensiero critico, metodologia e controllo dei bias cognitivi.

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24 gennaio 2026

Le risposte di chi non sa rispondere

Quando una domanda di metodo diventa “mancanza di rispetto”: il caso Lilith (e il problema dell’astrologia non falsificabile)



C’è un momento ricorrente, nei confronti tra astrologi, in cui la discussione smette di essere una discussione sul metodo e diventa un processo alle intenzioni. Il tema può essere qualunque, ma oggi prendo un esempio semplice e rivelatore: Lilith.

Il punto di partenza: una domanda legittima (e inevitabile)

La domanda è questa:

Perché usi Lilith, se non è un corpo celeste?

Se parliamo della “Lilith” più comune (la cosiddetta Black Moon), stiamo parlando di un punto matematico/virtuale, con più varianti e più calcoli possibili. Non è un oggetto osservabile come un pianeta: non la vedi, non la misuri, non la “scopri” al telescopio. Esiste come costruzione.

Quindi la domanda metodologica è inevitabile:

  • Quale Lilith stai usando esattamente? (perché ne esistono più versioni)
  • Perché proprio quella e non un’altra?
  • Con quali criteri stabilisci che “funziona”?
  • Se è simbolo/archetipo, perché deve avere una longitudine zodiacale precisa, come se fosse un pianeta?

La risposta tipica: dallo statuto dell’oggetto al mito

La risposta più frequente non entra nel merito, ma sposta il discorso su un altro piano:

  • “Lilith è un archetipo importante”
  • “Si usa sempre di più”
  • “In Germania, in America…”
  • “La funzione simbolica è ciò che conta”

1) Appello al simbolico (senza criteri)

Che una narrazione mitica produca insight psicologici può anche essere vero. Ma allora va detto chiaramente:

“Io uso Lilith come dispositivo simbolico narrativo.”

Il problema nasce quando lo stesso simbolo viene trattato come un ente tecnico, cioè come qualcosa che “sta” a 12° di un segno, che fa aspetti, che ha orbite, che produce effetti specifici.

Se è solo archetipo, la domanda resta:

Perché quell’archetipo dovrebbe “cadere” in un grado preciso dello zodiaco? E quale Lilith, tra le molte?

2) Appello alla popolarità (argumentum ad populum)

“Si usa ovunque” non è un criterio di verità. È solo una fotografia sociologica: molti lo fanno.

Ma molte persone fanno anche l’opposto, e infatti esistono molte Lilith, molti calcoli, molte scuole.

Il fatto che esistano “più Lilith” non rafforza Lilith: la indebolisce (se manca un criterio)

Quando un oggetto astrologico ha:

  • varianti multiple,
  • criteri di calcolo non univoci,
  • risultati che dipendono dalla scuola,

l’onere della prova aumenta — non diminuisce.

Se due astrologi ottengono Lilith in posizioni diverse nello stesso tema, la domanda è:

Qual è la regola che permette di decidere quale delle due posizioni è corretta o utile?

Se non esiste una regola, allora la scelta è arbitraria. E l’arbitrio non è un problema, finché è dichiarato. Lo diventa quando viene venduto come “metodo”.

La mossa successiva: moralizzare la critica (e scappare dal merito)

Quando le domande si fanno più precise, spesso la discussione deraglia così:

  • “Bisogna aprire gli orizzonti”
  • “Stai abbattendo muri rigidi”
  • “È colpa del patriarcato”
  • “Serve rispetto”

Questa è una strategia retorica chiara: trasformare una questione tecnica in una questione morale o identitaria.

In pratica:

  • non si difende più Lilith,
  • si attacca il modo in cui la domanda è posta,
  • si rappresenta l’interlocutore come rigido o ostile.

A) Spostamento di cornice (frame shifting)

Si passa dal piano tecnico (criteri) al piano morale (rispetto).

B) Ad hominem implicito

Si colpisce la persona invece della tesi: “cecità”, “muri”, “chiusura”.

C) Immunizzazione dell’affermazione

La tesi diventa non criticabile: chi critica è “non evoluto”.

Il punto centrale: trasparenza verso il cliente

Il problema non è “Lilith sì o no”, ma: che cosa stai facendo quando la usi?

  1. Uso narrativo/simbolico — lecito, se dichiarato.
  2. Uso tecnico/astrologico — allora servono criteri: definizione, regola, verificabilità.

Ciò che non è lecito è mescolare i piani: vendere come tecnico ciò che è narrativo, e poi rifugiarsi nella morale quando arriva la critica.

La domanda che separa astrologia da religione

In questo ambito è permesso criticare?

Se sì, parliamo di un sapere che può crescere.
Se no — o se la critica è ammessa solo “in un certo modo” — allora non siamo più nel metodo, ma nella fede.

Conclusione

Lilith non è il vero tema: è un caso scuola. Il tema vero è:

  • Vuoi un’astrologia che regga al confronto? Servono criteri.
  • Vuoi un’astrologia simbolica? Basta dirlo.
  • Vuoi un’astrologia che non possa essere criticata? Non chiamarla metodo: chiamala credo.

Box autore & statuto

Giuseppe “Al Rami” Galeota — Astrologo professionista e ricercatore indipendente. Dottore in Scienze e Tecniche Psicologiche. Porto avanti il Metodo Galeota: un approccio all’astrologia centrato su criteri chiari, esempi e contro-esempi, controllo dei bias e trasparenza verso il cliente.

Statuto dei contenuti: questo blog distingue tra contenuti controllabili (criteri, verifiche, confutazione) e contenuti simbolici (interpretazioni, narrazioni). La critica non è mancanza di rispetto: è la condizione di crescita di qualsiasi sapere.

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Come uso l'intelligenza artificiale

L’uso etico dell’Intelligenza Artificiale nel mio lavoro di astrologo e counsel-coach strategico


L’intelligenza artificiale è uno strumento straordinario: può analizzare dati, organizzare conoscenze, velocizzare procedure, supportare la produzione di materiali e migliorare il mio lavoro sia nella ricerca astrologica sia nel counsel-coaching strategico. Ma proprio perché è potente, ritengo indispensabile definire criteri chiari ed etici, in linea con i principi del Metodo Galeota.

1. L’AI come estensione, non come sostituto

Nel mio lavoro l’AI può essere una risorsa preziosa per:

  • organizzare materiali, fonti e bibliografie;
  • generare bozze, schemi e mappe concettuali;
  • creare grafici e immagini utili alla divulgazione;
  • aiutarmi nella formulazione di ipotesi da verificare;
  • supportare la parte di comunicazione (blog, SEO, struttura dei contenuti).

Ciò che non deve fare è sostituire la mia competenza professionale, la mia responsabilità, il mio giudizio clinico-strategico o la mia capacità di interpretare i dati astrologici secondo criteri verificabili. L’AI è uno strumento di processo, non un “interprete” e non un “terapeuta”.

2. Trasparenza

La trasparenza è un cardine del mio metodo. Per questo considero etico dichiarare quando un contenuto è stato prodotto con il supporto dell’AI.

Uso etico significa:

  • non attribuire all’AI autorità interpretativa;
  • non usarla per formulare diagnosi o profili psicologici;
  • non far passare per intuizione professionale un contenuto generato digitalmente;
  • distinguere sempre ciò che proviene dal metodo, dallo studio e dall’esperienza — e ciò che è frutto dello strumento.

La trasparenza non riduce la mia autorevolezza: la rafforza.

3. L’AI come strumento al servizio della verifica astrologica

Per me che lavoro su un modello di Astrologia Verificabile, l’AI è un alleato naturale, perché permette di:

  • riconoscere pattern geometrici e matematici;
  • organizzare dataset di transiti, RS/RL e aspetti;
  • controllare errori logici e incoerenze;
  • confrontare esempi e contro-esempi;
  • rendere più chiara la struttura teorica del metodo.

L’AI non è un oracolo: è un motore di controllo. E proprio questo la rende compatibile con un approccio fondato su rigore, criteri e igiene concettuale.

4. Limiti etici nel counsel-coaching strategico

Nel lavoro strategico la relazione è tutto. Le micro-espressioni, il tono di voce, le resistenze, le dinamiche interattive e l’uso performativo del linguaggio non sono replicabili da un algoritmo.

Per questo considero non etico:

  • utilizzare l’AI per costruire diagnosi o etichette psicologiche;
  • delegare all’AI la formulazione di prescrizioni o manovre;
  • lasciare che lo strumento prenda decisioni al posto mio.

L’AI può aiutarmi a strutturare protocolli, mappe e modelli; non può sostituire la mia responsabilità professionale nella gestione del caso.

5. Etica della competenza

L’AI amplifica ciò che un professionista possiede. Non colma ciò che manca.

Se la competenza è debole, l’AI amplifica errori e superficialità. Se il metodo è solido — come nel mio caso — l’AI diventa un acceleratore di qualità, rigore e chiarezza.

La vera responsabilità etica consiste nel far sì che lo strumento sia sempre al servizio della competenza, e non il contrario.

6. Responsabilità verso il cliente

Nessuna AI vede la persona, coglie la sua storia, percepisce le sue emozioni o comprende le dinamiche relazionali come può farlo un professionista formato.

Per questo:

  • non può sostituire un consulto astrologico professionale;
  • non può guidare un intervento strategico;
  • non può assumersi responsabilità delle decisioni.

La responsabilità finale resta sempre mia. E questa è la condizione che garantisce etica, sicurezza e professionalità.

7. L’AI come ponte tra astrologia e scienza

L’obiettivo dell’Astrologia del Futuro che sto costruendo è fondare la disciplina su criteri di:

  • verificabilità,
  • rigore logico,
  • coerenza interna,
  • confutabilità,
  • distinzione tra dato e narrazione.

L’AI può diventare un ponte importante: non per sostituire l’osservazione, ma per potenziarla e organizzarla in modo più chiaro.

Conclusione

Riassumo così il mio approccio all’uso etico dell’AI:

  • Supporto, non sostituzione – l’AI affianca, non interpreta.
  • Trasparenza – dichiarare quando la uso rafforza la credibilità.
  • Confini chiari – mai diagnosi, mai profili clinici, mai decisioni affidate allo strumento.
  • Responsabilità professionale – la bussola resta l’essere umano, non l’algoritmo.

L’AI diventa così uno strumento al servizio del Metodo Galeota, non un sostituto della professionalità umana.


Autore: Giuseppe AR Galeota

Astrologo, ricercatore indipendente e counsel-coach strategico. Questo articolo fa parte del Metodo Galeota, un approccio all’astrologia fondato su criteri di verificabilità, esempi e contro-esempi, limiti dichiarati e controllo dei bias interpretativi.

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La fallacia ad hominem


Quando scoprono che sono un astrologo: il rifugio psicologico nella svalutazione

C’è un fenomeno che osservo spesso quando interagisco con sconosciuti o interlocutori che discutono con me di filosofia, psicologia, scienza, metodo o logica.

Finché non sanno che mi occupo anche di astrologia, rispondono con un certo grado di tensione — una tensione cognitiva evidente, il segnale chiaro che le mie argomentazioni stanno mettendo alla prova le loro certezze.

Il percorso è sempre lo stesso.

Negano un errore logico evidente.

Io lo spiego, passo per passo.

Loro avvertono il disagio della confutazione.

Vanno a vedere chi sono.

Scoprono che sono anche un astrologo.

Si sentono improvvisamente “sollevati”: trovano una scorciatoia psicologica per non rispondere.

A quel punto non discutono più il contenuto: svalutano la persona.

È come se nel loro cervello scattasse un interruttore:

“Ah, è un astrologo. Quindi è un demente. Quindi non devo rispondere alle sue critiche”.

Il sollievo è talmente forte da essere quasi palpabile.

È un sollievo perché la confutazione, la critica ben argomentata, lo smascheramento di un errore logico, producono disagio cognitivo. E la mente cerca sempre la via più comoda per ridurre quel disagio.

La dinamica psicologica dietro questo meccanismo

Quando una persona si trova davanti a un argomento forte, strutturato, che non riesce a controbattere, si crea un conflitto interiore:

l’idea che ha di sé come “razionale” si scontra con la realtà di non avere argomenti.

A questo punto può fare solo due cose:

accettare l’errore e rivedere le proprie convinzioni;

oppure proteggersi trovando un pretesto per non ascoltare più.

La seconda opzione è sempre la più facile.

Scoprire che l’interlocutore si occupa anche di astrologia offre il pretesto perfetto:

non serve più rispondere, non serve più difendere le proprie idee, non serve più confrontarsi con la possibilità di aver torto.

Basta etichettare.

Le fallacie e i bias nascosti in questo comportamento

1. Fallacia ad hominem (attacco alla persona)

Invece di rispondere all’argomento, si attacca l’etichetta:

“È un astrologo, quindi è irrazionale”.

È la forma più primitiva di rifiuto argomentativo.

2. Bias di conferma

Molti hanno già interiorizzato l’idea “astrologia = assurdità”.

Quando scoprono che me ne occupo, provano un piacere cognitivo: possono confermare la loro convinzione iniziale senza più ascoltare ciò che dico.

3. Riduzione della dissonanza cognitiva

Fino a un minuto prima non avevano risposte.

Accettare questa vulnerabilità sarebbe doloroso.

Attribuire all’altro una presunta inferiorità cognitiva riduce immediatamente la tensione:

“Se ha ragione lui, allora io non sono così competente come credo”.

“Ma se lui è un astrologo, non conta nulla. Posso ignorarlo”.

4. Svalutazione reattiva (mechanism of ego-protection)

Più una critica è fondata, più forte è il bisogno di svalutare chi la formula.

La svalutazione non nasce dal contenuto: nasce dal fatto che il contenuto ha colpito nel segno.

5. Errore fondamentale di attribuzione

Si confonde l’appartenenza a una categoria con la qualità delle argomentazioni individuali.

È come dire:

“Se Einstein avesse creduto in qualcosa che disprezzo, allora tutto ciò che ha detto sarebbe da buttare”.

Una semplificazione infantile, ma utilissima per proteggere il proprio ego.

Il punto centrale

L’attacco arriva dopo aver visto il mio profilo, non prima.

Dunque non è l’astrologia il problema.

È la loro incapacità di gestire la pressione logica di un ragionamento solido.

L’etichetta “astrologo” diventa una scialuppa emotiva per scappare da un confronto che li mette in difficoltà.

In altre parole:

il problema non è il contenuto delle mie argomentazioni;

il problema è l’effetto che quelle argomentazioni hanno sulla loro autostima.

Quando un individuo non può più difendere le proprie idee, difende la propria immagine attaccando la persona che lo mette in crisi.

Conclusione

Questo comportamento non è casuale: è un meccanismo psicologico arcaico, un misto di bias cognitivi, fallacie logiche e paura del confronto.

E paradossalmente, il fatto che scatti solo dopo che conoscono una mia etichetta, non prima, conferma quanto le mie argomentazioni fossero già solide prima ancora di rivelare la mia professione.

Per molti, l’etichetta “astrologo” è un modo per smettere di pensare.


Per me è la prova che ragionare seriamente — in qualunque ambito — mette sempre qualcuno con le spalle al muro.




Autore: Giuseppe AR Galeota

Astrologo e ricercatore indipendente.
Questo articolo fa parte del Metodo Galeota, un approccio all’astrologia fondato su criteri di verificabilità, esempi e contro-esempi, limiti dichiarati e controllo dei bias interpretativi.

Approfondimenti:

23 gennaio 2026

Marte entra in Acquario. E quindi?


Molti astrologi — soprattutto quelli che popolano il web — continuano a parlare dei transiti dei pianeti nei segni come se bastasse questo per descrivere ciò che accade dentro di noi, nelle nostre emozioni, nei nostri comportamenti e nella nostra vita quotidiana. È una semplificazione enorme, che rischia di trasformare l’astrologia in un racconto mondano, indistinto, valido per tutti e per nessuno. La verità, dalla prospettiva rigorosa che da anni porto avanti, è molto diversa: non basta che un pianeta transiti in un segno per produrre un effetto personale. Quella è astrologia mondiale, non astrologia individuale.

Quello che davvero conta, quando si parla di vita concreta, è che il pianeta in transito entri in relazione geometrica con punti sensibili del nostro tema di nascita. Solo un aspetto attivo — con i miei criteri di orbini applicati — è in grado di segnalare un evento, una tensione, un cambiamento o un movimento interiore. Se non c’è aspetto, il transito rimane come uno sfondo collettivo, un clima generale che riguarda il mondo, la cultura, la società, ma non la mia esperienza biografica. È come un vento che soffia, ma che non smuove nulla se non incontra ciò che può essere spostato.

Accanto a questo punto fondamentale, ce n’è un altro che i più ignorano completamente: non è il segno attraversato dal pianeta a colorare la nostra esperienza, ma la casa del tema natale in cui quel pianeta sta transitando. Le case sono i nostri settori di vita, e ciascuna conserva la coloritura del segno che occupa nel nostro tema di nascita. Questo significa che non è il pianeta a portare con sé la qualità del segno che attraversa; è la casa che possiede già un suo modo di essere, un suo stile, una sua tonalità — quella definita dal segno natale che la governa.

Per chiarire, uso il mio esempio personale, che di solito funziona meglio di qualsiasi spiegazione teorica. Quando si parla di Marte in Acquario, la domanda che ci si deve porre non è “cosa significa Marte in Acquario?”, ma “dov’è l’Acquario nel mio tema natale?”. Nel mio caso si trova in sesta casa. Questo cambia tutto. La sesta casa è legata alla salute, al lavoro quotidiano, alla routine, ai ritmi e perfino allo stress fisico. E nel mio tema quella casa è colorata dall’Acquario, quindi da modalità di autonomia, originalità, improvvisazione, anticonformismo, slanci creativi e necessità di sentirsi liberi nella gestione dei propri impegni.

Quando Marte transita lì, non è Marte in Acquario a “rendermi acquariano”. È la mia sesta casa acquariana a essere attivata da Marte. Significa maggiore energia, maggiore sforzo fisico, più impegni, possibili tensioni nella gestione del lavoro o della salute, una richiesta di efficienza, ma tutto vissuto secondo la tonalità acquariana che appartiene alla casa, non al transito. È proprio la casa a definire il modo e lo stile dell’esperienza, mentre Marte porta semplicemente movimento, urgenza, azione, accelerazione o conflitto nel settore che attraversa.

Questa è la logica dell’astrologia individuale. Ma la maggior parte delle interpretazioni online opera in tutt’altra direzione: trasforma dinamiche collettive in descrizioni personali. Il risultato è che si prende l’astrologia mondiale — quella valida per i popoli, per i cicli storici, per gli eventi collettivi — e la si applica di default al singolo individuo, come se le biografie fossero tutte uguali. E infatti quelle previsioni sono talmente generiche da poter valere per chiunque, ovunque, in qualsiasi momento. Una narrativa che funziona solo perché non può essere smentita.

Io non posso accettare questa superficialità. Chi lavora seriamente con l’astrologia sa bene che per descrivere la vita concreta di una persona serve un triplice criterio: il transito deve formare un aspetto preciso con qualcosa del tema natale, deve attraversare una casa rilevante e quella casa deve esprimersi attraverso il segno che porta inciso dalla nascita. Senza questa struttura, non esiste alcun contenuto astrologico affidabile. Ed è proprio questo rigore che distingue l’astrologia verificabile dalla narrativa astrologica.

Per questo insisto: tutto ciò che viene raccontato sul web riguardo ai transiti “nei segni” riferiti alla psicologia individuale è metodologicamente falso. Non perché il simbolo non abbia valore, ma perché è applicato nel settore sbagliato. È come usare una mappa geografica mondiale per orientarsi dentro un palazzo: i piani esistono, le stanze esistono, ma la scala è sbagliata. E con la scala sbagliata non si può arrivare da nessuna parte.

La prospettiva corretta, quella che seguo e insegno, richiede di rimettere al centro la combinazione esatta di aspetto – casa – segno natale, e di distinguere in modo netto ciò che è astrologia mondiale da ciò che riguarda la vita del singolo. Soltanto così le previsioni diventano coerenti, verificabili e applicabili. Soltanto così l’astrologia riacquista dignità e precisione, liberandosi della spettacolarizzazione superficiale che circola online e ritornando a essere un linguaggio capace di descrivere la vita reale.




Autore: Giuseppe AR Galeota

Astrologo e ricercatore indipendente.
Questo articolo fa parte del Metodo Galeota, un approccio all’astrologia fondato su criteri di verificabilità, esempi e contro-esempi, limiti dichiarati e controllo dei bias interpretativi.

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18 gennaio 2026

Nuova scoperta: la vera origine dell'astrologia

Lo Zodiaco Tropicale: Perché è la Vera Radice dell'Astrologia Occidentale

Titolo: Lo Zodiaco Tropicale: Perché è la Vera Radice dell'Astrologia Occidentale

Molti appassionati di astrologia credono che lo zodiaco nasca con l'osservazione delle costellazioni, e che l'astrologia si fondi sull'influsso dei pianeti in relazione alle stelle fisse. Ma una corretta analisi storica e filologica dimostra che l'astrologia occidentale, così come la conosciamo, è nata e si è sviluppata in un quadro tropicale, non siderale.

Le origini: dallo zodiaco delle stelle a quello stagionale

I Babilonesi furono i primi a costruire uno zodiaco, ma non ancora nel senso moderno. In testi come il MUL.APIN (ca. 1000 a.C.) si elencavano circa 17-18 costellazioni lungo l'eclittica, usate per scopi rituali e osservativi. Solo nel V secolo a.C. inizia a comparire lo zodiaco diviso in 12 segmenti di 30°: una standardizzazione simbolica più che astronomica, utile a fini computazionali e astrologici. (Rochberg, 2004; Steele, 2008)

Questi 12 settori prendevano il nome dalle costellazioni (Ariete, Toro, ecc.) ma non corrispondevano perfettamente ad esse. Già in epoca babilonese tardo, infatti, lo zodiaco era una griglia matematica che non coincideva più esattamente con le stelle visibili.

Il contributo greco: stagioni, elementi e qualità

I Greci ereditarono lo schema zodiacale babilonese e lo rielaborarono profondamente. Tra il IV e il II secolo a.C., filosofi e astronomi come Eudosso, Ipparco e Tolomeo iniziarono a legare i segni zodiacali non più alle stelle, ma alle stagioni. Ogni segno assunse caratteristiche definite sulla base delle qualità elementali (caldo, freddo, secco, umido) e dei quattro elementi (fuoco, terra, aria, acqua), secondo la fisica aristotelica. (Tetrabiblos, I, 10-11)

Quando Ipparco scoprì la precessione degli equinozi (ca. 130 a.C.), si rese conto che le costellazioni si spostavano lentamente rispetto ai punti equinoziali. Tolomeo adottò esplicitamente uno zodiaco tropicale: l'inizio dell'Ariete non era più legato alla costellazione omonima, ma fissato sull'equinozio di primavera. (Ptolemy, Tetrabiblos, I.11)

Il punto chiave: l'astrologia nasce già tropicale

Già prima della scoperta della precessione, i significati astrologici dei segni derivavano dalle stagioni: l'Ariete era il segno dell'inizio, del fuoco e dell'impulso perché coincideva con la primavera. Non perché fosse "davvero" in Ariete astronomicamente.

In altre parole, anche se i nomi dei segni derivano da costellazioni, le loro funzioni astrologiche sono sempre state stagionali, e dunque tropicali. L'astrologia è sempre stata una disciplina simbolico-ciclica più che siderale-osservativa.

E lo zodiaco indiano?

Lo Jyotisha (astrologia indiana) usa invece uno zodiaco siderale, ma ciò è dovuto a una diversa evoluzione: i significati astrologici dei segni, infatti, sono stati importati in India tramite il contatto ellenistico (Yavanajataka, ca. 270 d.C.) e innestati su un sistema siderale. Ma anche in India, le caratteristiche di Meṣa (Ariete), Vṛṣabha (Toro), ecc. derivano da categorie greche legate agli elementi e non da osservazioni stellari. (Pingree, 1978)

Conclusione

Anche se spesso si pensa che l'astrologia derivi dalle stelle, la realtà storica mostra che è nata dalla ciclicità stagionale, ovvero dal riferimento al Sole lungo l'eclittica in relazione a solstizi ed equinozi. La scoperta della precessione ha solo reso esplicito ciò che già era in atto: lo zodiaco astrologico è sempre stato tropicale, anche prima di essere chiamato così.

Fonti principali

  • Rochberg, F. (2004), The Heavenly Writing: Divination, Horoscopy, and Astronomy in Mesopotamian Culture.
  • Steele, J.M. (2008), Babylonian Star-lore.
  • Pingree, D. (1978), The Yavanajataka of Sphujidhvaja.
  • Tolomeo, Tetrabiblos, trad. Robbins, Book I.

Autore: Giuseppe AR Galeota

Astrologo e ricercatore indipendente.
Questo articolo fa parte del Metodo Galeota, un approccio all’astrologia fondato su criteri di verificabilità, esempi e contro-esempi, limiti dichiarati e controllo dei bias interpretativi.

Approfondimenti:

Metodo Galeota: chiarezza, criteri, limiti dichiarati, e controllo degli aggiustamenti retroattivi.