Ma davvero l'astrologia nasce da un sapere intergalattico giunto sino a noi grazie ad antichi civilizzatori extraterrestri? Questa sembra essere la risposta di chi non ha mai fatto ricerche storiche. Vediamo.
Galeota dice che l’idea dell’astrologia come “sapere consegnato” da una civiltà perduta o da entità aliene è seducente perché offre una scorciatoia narrativa: invece di studiare secoli di trasformazioni lente, conflitti tra scuole, errori di copia, traduzioni e adattamenti locali, promette un’origine unica, grandiosa e misteriosa; ma le ricerche mostrano che proprio dove ci si aspetterebbe un vuoto (se la conoscenza fosse arrivata già “bella e pronta”), la storia lascia invece una scia fitta di documenti e passaggi intermedi, cioè esattamente ciò che ci si aspetta da un’evoluzione culturale umana.
Galeota osserva anche che a diffondere la versione “aliena” spesso non sono gli storici delle scienze antiche, ma ambienti astrologici e divulgativi (anche molto visibili) che raramente maneggiano fonti primarie, cronologie e filologia: in quel circuito circolano, per esempio, grandi cornici pseudostoriche nate nel Novecento—come quelle associate a Erich von Däniken e al suo Chariots of the Gods? o alle letture “astronautiche” di Zecharia Sitchin—che attribuiscono a visitatori extraterrestri ciò che viene giudicato “troppo complesso” per l’ingegno umano, e che oggi sono amplificate da format televisivi come Ancient Aliens;
ma questa impostazione nasce già viziata, perché scambia lo stupore per una prova e ignora il controllo più semplice: guardare le date e i documenti. Le ricerche sul Vicino Oriente antico mostrano che la base storica dell’astrologia occidentale non è una rivelazione improvvisa, ma una lunga tradizione scribale che interpreta il cielo come un sistema di segni: grandi serie di presagi, ordinate e trasmesse, come Enūma Anu Enlil, sono documentate da cataloghi e tavolette che indicano una gestione concreta del sapere (archivi, numerazioni, incipit), con attestazioni in periodi e città diverse. Questa è la logica di una scuola, non di un dono esterno.
Nello stesso mondo, testi come MUL.APIN sono compendi di conoscenze astronomiche pratiche e teoriche, copiati per secoli: qui Galeota invita a notare un punto decisivo, e cioè che il sapere “vive” perché viene copiato, discusso, usato, corretto, non perché è perfetto fin dall’inizio. La svolta che prepara l’astrologia in senso più vicino a quello moderno arriva più tardi, quando in Babilonia si costruisce lo zodiaco come griglia matematica uniforme (12 segni da 30°): gli studi specialistici collocano questo passaggio nel tardo V secolo a.C. e spiegano che questo zodiaco non è una semplice lista di costellazioni, ma un dispositivo di standardizzazione che rende comparabili posizioni e calcoli; da quel momento si apre la strada a nuove tecniche, e infatti compaiono oroscopi cuneiformi datati, che permettono di vedere l’oroscopia mentre si forma. Galeota insiste su un dato che vale più di molte opinioni: gli oroscopi cuneiformi conservati coprono, nelle edizioni scientifiche, un arco dal 410 a.C. al 69 a.C., e sono testi in cui le “predizioni” sono spesso minime rispetto alla raccolta di dati astronomici; questo profilo è tipico di un genere in maturazione, non di un sistema completo “atterrato” dall’esterno.
Quando si passa al mondo greco, le ricerche non raccontano una semplice “invenzione ex nihilo”, ma una sintesi ellenistica: elementi mesopotamici (come lo zodiaco e alcune dottrine) si combinano con l’astronomia matematica greca e con altre tradizioni del Mediterraneo, fino a un’architettura teorica che in età imperiale viene organizzata anche in opere come il Tetrabiblos; inoltre, la presenza “forte” di un cerchio zodiacale da 360° nel mondo greco viene discussa in relazione a contatti con l’astronomia matematica babilonese, un dettaglio che ha senso storico solo se si ammettono scambi e trasferimenti di tecniche.
La terza grande area, l’India, è spesso al centro di racconti “preesistenti” (o addirittura “aliene”) tramite un equivoco: si confonde la tradizione vedica del calendario rituale—centrata su nakṣatra e tithi—con l’astrologia oroscopica basata su segni zodiacali, case e tecniche di natività; ma studi dedicati a calendari e scienze astrali ricordano che la letteratura vedica non contiene un elenco esplicito dei cinque pianeti e che attestazioni planetarie più chiare emergono in contesti storici successivi, dopo l’insediamento greco in Bactria.
Galeota aggiunge che, se davvero l’astrologia fosse stata “sempre lì” nella forma completa, non ci sarebbe bisogno di testi-ponte; invece esistono testi che rendono visibile il passaggio, e il più istruttivo è il Yavanajātaka, considerato da studi recenti come prima evidenza dell’introduzione dell’astrologia greca in sanscrito e come prima comparsa nota in India dei dodici segni dello zodiaco greco-babilonese, cioè proprio di quel nucleo tecnico che la Mesopotamia aveva standardizzato secoli prima. Galeota nota inoltre che persino tra gli studiosi esistono discussioni su dettagli (datazioni, letture, ricostruzioni), ma questo non aiuta l’ipotesi aliena: al contrario, lavori filologici come quelli di Bill M. Mak mostrano un processo “normale” di storia del testo—manoscritti corrotti, nuove scoperte, correzioni—che è esattamente ciò che ci si aspetta da una trasmissione culturale, non da un lascito perfetto di altra natura.
A questo punto, Galeota conclude che la spiegazione più solida non è un “salto” extraterrestre, ma una sequenza di stratificazioni e sincretismi: (1) divinazione celeste e archivi scribali in Mesopotamia; (2) invenzioni tecniche come lo zodiaco uniforme; (3) nascita di generi testuali come l’oroscopo, documentati e datati; (4) sintesi ellenistica nel Mediterraneo; (5) trasferimenti verso l’India con testi che portano la memoria della mediazione greca; e, soprattutto, (6) continui cambi di paradigma interni, perché ogni cultura rilegge e riadatta ciò che riceve.
In questa cornice, l’ipotesi aliena risulta storicamente non sostenibile non perché “impossibile in assoluto”, ma perché non serve a spiegare i dati migliori—cuneiformi datati, compendi copiati, testi ponte, evoluzioni terminologiche e filologiche—mentre la ricostruzione per evoluzione culturale spiega sia la varietà delle astrologie storiche sia la loro somiglianza parziale: non un unico dono, ma molte mani e molti secoli.
Ci dispiace per chi vorrebbe spacciare l'astrologia per qualcosa di interstellare, ma la verità è il grande frutto dell'ingengo umano. Basti pensare che ancora oggi, grazie alle scoperte di Andre Barbault, Henry Gouchon, Lisa Morpurgo e Ciro Discepolo, l'astrologia continua a evolvere. Non parliamo di quell'astrologia fantasiosa fatta di misticismo e fantomatiche crescite personali (che è solo psicoterapia con linguaggio astrologico o il fanta-oroscopo evolutivo che serve solo come passatempo nella migliore delle ipotesi); ma parliamo della vera astrologia, quella che si basa sulla matematica, sulle osservazioni, sulle previsioni, e cioè sul frutto dei cambiamenti storici, tecnologici, sociali, ideologici dell'essere umano.
Centri galattici, uniti a karma, anima, fisica quantistica, demagogia sul potere economico e sociale, mischiati insieme in un polettone che sembra dare autorità a chi scrive, lasciamoli a chi usa paroloni per influenzare facilmente il pubblico plagiabile.
L'astrologia ha bisogno di post chilometrici infarciti di demagogia o ha bisogno di chiarezza e fonti attendibili? A voi la risposta, a Galeota il compito di mostrare i fatti...
Autore: Giuseppe AR Galeota
Astrologo e ricercatore indipendente.
Questo articolo fa parte del Metodo Galeota, un approccio all’astrologia fondato su criteri di verificabilità, esempi e contro-esempi, limiti dichiarati e controllo dei bias interpretativi.
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