DOTTORE IN SCIENZE E TECNICHE PSICOLOGICHE. RICERCATORE ARCHEO-ASTRONOMICO, ASTROLOGICO, PSICOLOGICO.

mercoledì 16 marzo 2016

Le distanze della mente


Il passaggio dalla teoria alla pratica rappresenta il punto di svolta verso la reale comprensione dei fatti. Quella che è una vaga idea, sebbene compresa, solo con la pratica diviene "metabolizzata", "digerita" e quindi veramente assimilata. Come a dire che solo il nostro totale coinvolgimento in qualcosa può produrre un salto qualitativo importante verso la reale comprensione dei fenomeni. Calarsi nella pratica psicoanalitica, è stata una delle tematiche trattate durante il convegno di psicologia intitolato "L'arte di aiutare"; e questa esperienza ha messo in luce quanto sia vera la premessa di cui sopra. 

I relatori si sono occupati di spiegare che nella relazione di aiuto che si instaura tra paziente e medico, ciò che conta, così come mostrato da numerosissime ricerche sul campo, è l'empatia. Oltre il 50% delle possibilità di aiutare una persona dipendono da ciò, mentre la tecnica individuale si rivela utile solo per il 10%. Insomma, le caratteristiche individuali e la relazione che si instaura col paziente è la premessa fondamentale, la conditio sine qua non per la risoluzione di un problema. Naturalmente parliamo di "armi" che possono essere affinate a fronte di una certa predisposizione. Tuttavia questa non è la semplice e unica prerogativa di un supporto terapeutico efficace; ma ciò che fa la differenza è la capacità di mantenere una certa distanza da se stessi e dall'altra persona. Sembra paradossale il concetto di vicinanza empatica se poi lo associamo a quello di "lontananza cognitiva". 

Vediamo di fare il punto della situazione. Lo sviluppo della comprensione del mondo è legato a una natura "diadica" della nostra esistenza, ossia alla nostra capacità di vedere le cose anche con gli occhi degli altri: vedere le cose con occhi diversi può tuttavia mettere in luce qualcosa che già ci appartiene e che fa parte del nostro mondo interiore. La risonanza che proviamo con l'altro, ci restituisce una diversa interpretazione del reale ed è come se la nostra personale visione del mondo fosse colorata da una serie di "sinonimi" che ci sono offerti, appunto, dal rapporto con un'altra persona. Intelligenza è anche saper riorganizzare il proprio pensiero in funzione di questo scambio. L'essere umano è geneticamente predisposto alla socializzazione, alla vita sociale, sebbene poi in natura maggiore o minore a seconda delle primissime esperienze infantili o delle esperienze successive, così come mostrano le più moderne ricerche nel campo psicosociale. Pertanto, il nostro cervello è strutturato in funzione del riconoscimento dell'esistenza di un altro che è diverso e allo stesso simile a noi. L'esistenza dei cosiddetti neuroni specchio, per la condivisione intima delle esperienze con altre persone, sembra giocare un ruolo significativo relativamente alla questione dell'empatia. 

Il due, sembra essere la premessa fondamentale alla conoscenza del mondo, dell'altro e di se stessi. Per quale motivo abbiamo due occhi? Per la visione tridimensionale, cioè legata alla profondità di campo. Questa può essere l'allegoria utile alla comprensione di quanto voglio dire: una visione più profonda richiede necessariamente la presenza di un'altro che è simile e allo stesso tempo diverso da noi. La nostra psiche ci permette di entrare nella psiche dell'altro e di identificarci con esso, provare quel che prova, sulla base delle nostre esperienze passate, se rievocate dalla memoria. 

Questa condivisione dello stato soggettivo dell'altro, però, è anche uno sguardo alla propria soggettività, poiché il rispecchiarsi empaticamente ricollega al nostro vissuto interiore. Di fatto è guardare l'altro con gli occhi nostri, guardare l'altro in funzione di esperienze uniche assolutamente diverse, sebbene simili a quelle di un'altra persona. Voglio dire che nella pratica psicoanalitica, la nostra capacità di andare incontro all'altro per sostenerlo e aiutarlo non deve prescindere da quello che egli evoca in noi, che irrimediabilmente ci portiamo dietro, addosso, frutto del nostro passato, e che condiziona la relazione stessa. Avere questa coscienza significa ammettere l'esistenza di precise dinamiche relazioni che se ben comprese, possono portare a estraniarsi momentaneamente dal rapporto empatico per dare un'occhio a quel che sta succedendo. 

Dallo sguardo verso l'altro, allo sguardo verso se stessi, si passa a una lettura della relazione, che in effetti è un divenire "superpartes". È in sostanza una coscienza di quello che sta avvenendo a entrambi. Lo sguardo verso la relazione terapeutica è già contemplata negli studi degli esperti di Palo Alto in California, fautori della corrente di pensiero che pone enfasi sulla pragmatica della comunicazione umana. 

In questo discorso assumono importanza rilevantissima i concetti di transfert e contro-transfert: il paziente proietta sul terapeuta il vissuto con una figura tipica di attaccamento infantile, e noi leggiamo nel suo comportamento le dinamiche che abbiamo avuto, a nostra volta, con le nostre figure di attaccamento. In sostanza, ogni relazione terapeutica è un portarsi dentro le dinamiche relazionali con le figure genitoriali per esempio. Riconoscerlo significa ammettere l'esistenza di una dinamica tipica, ammettere che possiamo leggere la cosa in funzione di ciò e quindi rielaborare il rapporto con esso in funzione di questa consapevolezza. La cura psicoanalitica dunque mostra a se stessi il mondo del paziente, il proprio mondo interiore, ma fornisce pure la possibilità di prenderne coscienza. Una volta raggiunta questa consapevolezza si potrà modificare la relazione terapeutica facendo leva sulle nostre risorse creative, cioè sulla possibilità di "reinventarci" una dinamica relazionale tutta nuova che andrà a incidere sul mondo interiore del paziente. 

Mi rendo conto che questi sono concetti veramente difficili da recepire e che, ancora una volta, è solo la pratica a parlare più di mille parole e a svelare la complessità della realtà psichica. 
 Sotto il profilo astrologico sembra difficile applicare tali principi anche perché la pratica svolge una funzione descrittiva e non terapeutica. Tuttavia è sempre necessario aver la padronanza di certe conoscenze per comprendere il perché di certe dinamiche; ma facendo particolare attenzione a non pensare che una certa dinamica comportamentale possa essere la sintesi delle caratteristiche del soggetto. Insomma, il transfert svela solo un pezzo del mondo interno del soggetto solo quella parte che si attiva e si risveglia proprio in virtù delle caratteristiche fisiche, psichiche del terapeuta.

2 commenti:

Anonimo ha detto...

Salve al!
Ho notato che l'astrologia in Italia si basa specialmente sul sole,anche autori molto seri tendono a mettere il segno solare in cima per importanza,mentre in paesi anglofoni l'ascendente ha un ruolo centrale,basti pensare ad alan leo che nonostante sia l'ideatore del l'astrologia segnosolare indica il punto sorgente come il punto massimo dell'oroscopo..tu cosa ne pensi?e' un osservazione giusta?
R

Giuseppe Al Rami Galeota ha detto...

Non vi è dubbio sulla centralità del Sole, ma l'ascendente ha il suo ruolo: è la nostra idea del Sé, l'immagine di noi che diamo al mondo, cosa facciamo vedere di noi e in cosa ci identifichiamo. Il che è una maschera, non la nostra vera essenza.