Negare la scienza e poi usarla: una contraddizione metodologica
(Riflessione sul metodo, non sulle persone)
Uno dei problemi più seri nel dibattito contemporaneo – in astrologia come in altri ambiti di confine – non è lo scontro tra visioni diverse, ma una contraddizione metodologica ricorrente: la tendenza a negare la scienza come criterio di conoscenza e, allo stesso tempo, usarla selettivamente per legittimare le proprie affermazioni.
Qui non si discute di “fede” contro “materialismo”, né di chi abbia torto o ragione in assoluto. Il punto è più semplice: se vogliamo dialogare in modo utile, serve almeno coerenza logica.
Il meccanismo ricorrente
Lo schema è quasi sempre lo stesso:
- Prima, la scienza viene descritta come riduzionista, parziale, “figlia della mente inferiore, incapace di cogliere la complessità del reale.
- Poi, quando serve legittimazione, compaiono formule del tipo: “oggi lo stanno dimostrando le neuroscienze”, “la ricerca sta confermando ciò che si sapeva da secoli”, “ormai anche la scienza lo riconosce”.
- Infine, quando si chiede di entrare nel merito (quali studi, quali criteri, quali limiti), si torna al punto di partenza: “non è riducibile ai criteri scientifici”.
Questo non è un dialogo tra paradigmi differenti: è un uso strumentale del paradigma scientifico come timbro di autorevolezza, senza accettarne le regole minime di controllo.
Il nodo logico (ineludibile)
Il punto non è ideologico. È strutturale:
- O un ambito di conoscenza è dichiaratamente extra-scientifico: allora non può essere giustificato invocando la scienza come prova o conferma.
- O un ambito è in parte osservabile, misurabile, dimostrabile: allora entra nel dominio empirico e deve accettare criteri espliciti, limiti dichiarati e procedure di verifica.
In altre parole: usare la scienza come “autorità” e rifiutarla come criteri di controllo produce una contraddizione logica.
Usare la scienza come timbro di autorevolezza e rifiutarla come criterio di controllo non è integrazione: è incoerenza metodologica.
Perché questo atteggiamento è un problema serio
Questo modo di procedere produce almeno tre effetti negativi:
- Immunizza le affermazioni. Se qualcosa è sempre “oltre” ogni criterio, non può mai essere discusso, corretto o raffinato. È ciò che in filosofia della scienza viene descritto come immunizzazione delle affermazioni.
- Svuota il linguaggio scientifico. Espressioni come “la scienza dice…” diventano retorica: una formula che impressiona, ma non informa.
- Blocca l’evoluzione reale delle discipline. Senza criteri condivisi non c’è confronto: c’è solo narrazione autoreferenziale.
Nota: distinguere i piani non significa svalutare un’esperienza spirituale. Significa evitare confusioni e mantenere un livello minimo di chiarezza metodologica.
Una distinzione sana (e risolutiva)
Una posizione intellettualmente onesta può essere molto semplice:
- Esistono ambiti scientifici → regolati da osservazione, confutazione, limiti dichiarati, replicabilità e trasparenza delle procedure.
- Esistono ambiti filosofici, simbolici, spirituali → significativi per chi li pratica, ma non dimostrabili in senso empirico (almeno così come vengono formulati).
- Mescolare i piani solo quando conviene non è integrazione: è confusione.
Separare i piani non significa “ridurre” il reale. Significa sapere con precisione: quali domande appartengono al metodo e quali appartengono a una cornice di senso.
Nota metodologica (Metodo Galeota)
Nel Metodo Galeota la distinzione è netta:
- ciò che pretende regole, criteri e capacità predittiva va sottoposto a verifica, esempi e contro-esempi;
- ciò che dichiara di essere oltre la verifica non viene “attaccato”, ma semplicemente non viene presentato come “dimostrato” né come fondamento tecnico;
- ciò che usa la scienza come timbro di autorevolezza deve accettare anche la scienza come criterio di controllo (altrimenti è una contraddizione).
Questo criterio non serve a “vincere” discussioni: serve a mantenere pulito il metodo, evitare immunizzazioni e distinguere tra vero, verificabile e verosimile.