03 settembre 2018

Karma e biologia


Copio incollo e condivido una email  di R. O.proveniente dal Giappone e indirizzata a me. 

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Caro Al Rami,

 

Buongiorno e buone vacanze! Ho visto che sei a Lanzarote, spero che tu ti possa rilassare e divertire.

Come sta andando la gestione di (...)?

 

Sono stato positivamente colpito da uno dei tuoi ultimi post, dove fai riferimento a questa astrologia “da salotto”, fondamentalmente figlia del new age onnivoro di matrice americana, che tanti danni sta facendo. Credo che molto abbia a che vedere con la degenerazione del linguaggio e alla nostra sempre più scarsa attenzione all’uso delle parole. Le parole sono sempre state sacre per gli antichi, e per una buona ragione. Il Vangelo dice che l’uomo non vive di solo pane, ma di ogni parole che esce dalla bocca di Dio. Come tu sai meglio di me, le varie forme di psicoterapia si basano sul concetto che le parole possono impattere e modificare le nostre funzioni cognitive creando effetti importanti a livello psicofisico, sia in positivo sia in negativo. Per questo la degenerazione del linguaggio a mio avviso mette in pericolo la nostra salute mentale. 


Una delle parole più abusate è il “karma”, e l’aggettivo “karmico”. Già il fatto che si tratta di una parola straniera, la espone al rischio, ovvero alla certezza, di essere stata capita e quindi introdotta nel modo sbagliato nella comunicazione di una paese occidentale, l’Italia in questo caso. Quando qualcuno parla di karma, oggi ci si riferisce quasi sempre all’idea che ci sia un contrapasso per il quale noi siamo destinati a pagare, a espiare, le nostre azioni e pensieri sbagliati in questa e/o nelle vite successive. Il karma diventa quindi una specie di destino già scritto (anche se indecifrabile a priori, visto che nulla sappiamo di fantomatiche vite precedenti), che come un pilota automatico detta ogni aspetto della nostra vita secondo una logica di premio e punizione. 

Peccato che se uno va a vedere cosa s’intende per karma nelle filosofie orientali che l’hanno inventato, il significato è completamente diverso. Karma significa lavoro, opera, azione. Per karma gli antichi filosofi indiani intendevano il modo di funzionare, senza alcuna implicazione morale, senza premi e castighi, senza “pesatura delle anime” (concetti questi tutti di derivazione monoteista e/o del contesto mediorientale-mediterraneo), del cosmo. Se vogliamo è il principio di azione e reazione, yin e yang. Se faccio una azione, ci sarà da qualche altra parte un’azione che compensa quello che sto facendo. Quindi il karma non annulla la volontà, al contrario la esalta. Non è una forma di destino-giudizio di quello che facciamo, ma semplicemente un “bilanciamento”, senza necessarie implicazioni morali, è la descrizione del modo di funzionare dell’universo, un principio di conservazione dell’energia. Non ci sono giudici né dèi-padri che amministrano la giustizia, anzi gli dèi stessi sono sottoposti alle leggi del karma.

 

Anche la faccenda della reincarnazione è piuttosto complessa. Molti la intendono come la continuità dell’io cosciente attraverso varie reincarnazioni, così da poter dire “nella vita precedente ero Napoleone”. Tuttavia nel Buddhismo, si tende a negare l’esistenza di un io come struttura stabile dell’essere. Anzi Buddha insegna piuttosto esplicitamente che l’io è un’illusione. Che quindi noi non continuiamo a esistere veramente in vite diverse come “noi”, come io, perché l’io non esiste davvero nemmeno ora, e l’illusione dell’io viene sciolta al momento della morte del corpo. Non a caso il Buddhismo ha incontrato non poche difficoltà a spiegare come la reincarnazione avvenga senza la presenza di un’anima a fare da elemento di continuità. Alcune scuole buddhiste hanno avanzato in seguito l’idea che ciò che continua è il pontenziale al raggiungimento dell’illuminazione (tathāgatagarbha).

 

Tuttavia, di tutta questa complessità semantica e filosofica, ovviamente, in chi usa la parola “karma” non c’è quasi mai traccia.

 

Ti auguro una buona giornata!

 

R.
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Implementando ciò che ha scritto R. e per rispondere a chi sostiene che in natura a ogni azione equivale una reazione uguale e contraria, mi avvalgo delle mie conoscenze in campo epistemologico per giungere a una conclusione di tipo psicologico a proposito di certe ideologie deterministiche.

Con la mia dissertazione voglio dimostrare che quando si trattano certi argomenti, generalmente si commettono errori di generalizzazione e si finisce per essere autoreferenziali, cioè si finisce per convalidare qualcosa attraverso una logica dell'ego e non attraverso una logica sperimentale (ciò che è soggettivo, con la logica sperimentale dovrebbe essere anche oggettivo; e l'obbiettivo della scienza è proprio questo, contrariamente alla fede che invece esalta la componente soggettiva del vissuto rendendola impossibile da valutare criticamente).

Questo presunto determinismo che condizionerebbe le nostre vite riscuote un grande successo e si sposa bene con alcune credenze astrologiche ancora resistenti nella mente di moltissimi studiosi. Ma bisogna fare attenzione a non confonderle per verità assoluta poiché anche esse sono soggette a rivoluzioni di paradigma. 


Se un tempo sembrava valida l'epistemologia del cosiddetto positivismo che vedeva il mondo in maniera riduzionista e meccanicista, oggi tale concezione non sembra più reggere alla prova dei fatti. Perciò, quasi con più umiltà, la filosofia della scienza ha ritrattato la vecchia visione con due nuove: quella del realismo critico e quella un po' più estrema dell'interpretativismo che però ben si sposa per le applicazioni in campo umanistico. 

Tuttavia, volendo aderire all'ideologia del realismo critico, occorre "rimisurare" la realtà con una nuova lente prospettica, meno rigida della precedente. Si parte dall'assunto che se parliamo di fenomeni biologici o di quelli legati all'infinitamente piccolo, il determinismo scompare per lasciare spazio al probabilismo. Sarebbe a dire che le leggi di causa ed effetto così come concepite dalla stra grande maggioranza della gente, possono essere applicate solo per gli oggetti inanimati dato che la realtà è molto più articolata e complessa di quel che sembra. 

Come ho potuto scrivere già in altre occasioni, l'essere vivente funziona secondo il principio dell'equifinalità e ciò corrisponde all'idea che un medesimo stimolo non porta matematicamente a una determinata reazione, ma ciò avviene solo probabilisticamente.  Il comportamento di ogni specie biologica non è soggetto alle leggi della fisica classica.

Certo, esiste una tendenza generale che ci spinge ad agire e reagire in maniera tipica; ma ciò non equivale a dire che siamo degli automi o che siamo guidati da leggi rigide. All'opposto, a prescindere (ma fino a un certo punto) dal grado di consapevolezza raggiunto in vita, possiamo agire o reagire in maniera inaspettata persino a noi stessi. Ciò equivale a dire che la nostra azione potrà portare a ricevere (a nostra volta) una reazione non certa, ma solo probabile. 

Quindi, per chi sostiene che raccogliamo quel che seminiamo, ciò è vero solo in parte. La vita di tutti i giorni ce lo insegna e già solo questo è sufficiente a falsificare e contraddire certe credenze deterministiche. 

Applicando questa nuova visione epistemologica all'astrologia, ecco che di colpo scompare la pretesa di onnipotenza e onniscienza di alcuni astrologi che addirittura dichiarano di stabilire  (attraverso la lettura del tema di nascita) quanti figli avremo.  Questo equivarrebbe a ridurre l'uomo a oggetto visto che le leggi deterministiche si applicano solo alla materia inanimata  e alla fisiologia dei corpi animati,  ma non al comportamento delle forme di vita. 

Non siamo totalmente soggetti alle leggi della fisica convenzionale ed è dimostrato dal fatto che il risultato delle nostre azioni non è sempre proporzionale a ciò che abbiamo commesso. Perciò è un salto logico eccessivo supporre che in un'altra vita tutto verrà "pareggiato". Affinché ciò possa essere ritenuto valido non è sufficiente pensare che ciò sembra giusto e sensato poiché una teoria non dimostrabile rende la stessa teoria autoreferenziale, direi tautologica.


Occorre invece scontrarsi con la realtà quotidiana. E nulla della vita di tutti i giorni lascia pensare che a ogni nostra azione corrisponda una reazione uguale o contraria. Per esempio, al gesto di brandire un bastone non equivale automaticamente il morso di un cane.  Al gesto di manifestare aggressività non corrisponde necessariamente una reazione uguale o contraria e soprattutto proporzionale all'azione commessa. 

Volendo usare un argomento più convincente, un fumatore incallito non necessariamente finisce per morire di cancro al polmone. Ciò è vero solo dal punto di vista probabilistico. Non è vero che muore di cancro al polmone e non è vero che addirittura il fumo della sigaretta migliora le vie aeree del soggetto. Non vi è alcuna reazione uguale o contraria all'azione commessa. Ma in molti casi sì. 

Il fatto che in molti casi accada ciò che ci aspettiamo non ci autorizza a generalizzare dicendo che esiste una realtà universale che può essere estesa fin dopo la morte. Si tratterebbe di un errore logico denominato "generalizzazione indebita" poiché anche un solo caso a dimostrazione del contrario, determina la falsificazione dell'assunto. Però non possiamo certo rifiutare il ruolo dogmatico di certe credenze, anche solo per il fatto che possono placare nella mente umana gli interrogativi sul perché della vita. Ma si entra nel campo della fede, luogo dove le logiche e le pretese di verificabilità non sono più ammesse. 

Con ciò voglio affermare che è inutile cercare di dimostrare le cosiddette leggi del karma (così come intese dalla maggioranza della gente) con la logica, visto che quasi nessuna logica può reggere alla prova dei fatti se appunto essi la contraddicono. E se questi fatti contraddicono certe credenze, allora è più sensato mettere da parte le varie logiche e occorre solo credere a certi assunti appellandosi a una questione di fede. 

Il che equivale a dire che chi crede nel determinismo in astrologia non può dimostrarlo con la logica ma può solo affermarlo per fede. Altrettanto, chi vuole sostenere le questioni legate alla reincarnazione o a un certo determinismo, può farlo benissimo ma ricordandosi che la logica non è dalla sua parte.

Chiaramente non è detto che ciò che è logico sia vero e ciò che è illogico è falso. Diciamo solo che abbiamo poche certezze e alcune di queste sono che in campo biologico non esiste determinismo ma che non sappiamo se ciò invece esiste una volta abbandonato il corpo fisico. Crederci o meno è solo una questione di fede.

Naturalmente non possiamo nemmeno accettare l'assunto che è vero solo ciò che sentiamo intimamente perché ciò sfuggirebbe al principio della falsificabilità: come può esser falsificato qualcosa che già in partenza riteniamo vero? Corrisponde un po' all'affermazione dei testimoni di Geova quando dicono che bisogna credere alla Bibbia perché sulla Bibbia c'è scritto di credere nella Bibbia. Perciò anche questo assunto è autoreferenziale, cioè illogico, un "petitio principii". 

Anche in questo caso, accettare tale "argomento circolare" è solo una questione di fede che convince solo perché, psicologicamente, siamo tentati a prendere per buono tutto ciò che ci pone al centro della valutazione. Insomma, siamo sensibili al fascino di poter essere metro di giudizio di tutto e tutti, cosa che tra l'altro è stata già disconfermata dagli studi sulla percezione umana che invece è limitata e fallace. 

Le nostre sensazioni talvolta possono essere efficaci e portarci a intuizioni sensazionali; ma pensare di essere infallibili è un atto di presunzione o di ingenuità. Per qualcuno, evidentemente, pensare di essere infallibile può servire a vivere meglio la propria vita; ma questa è la dimostrazione di come le ideologie sono fortemente influenzate dalle proprie emozioni e dai propri bisogni. E ciò, non per forza è qualcosa di negativo. Però, almeno capire questo è un segno di consapevolezza. 

Insomma, beato chi vive di certezze, poiché la mia unica certezza è quella di essere fallibile. Può far bene una posizione di cautela come la mia? Secondo me sì, perché ciò può aprire la mente a più possibilità. Chi riconosce di essere fallibile, infatti, può decidere di stare più attento a non sbagliare. Può far bene una posizione più dogmatica? Sì, se ci fa sentire più sicuri. Ma attenzione a non scambiare il bisogno di sicurezza con il bisogno di "verità".