12 gennaio 2026

Perché rifiuto l’approccio spiritualista

 


Perché il mio metodo rifiuta l’approccio spiritualista pur non negando la dimensione trascendente e mistica dell’esistenza

Il rifiuto dell’approccio spiritualista, nel mio metodo, non nasce da un atteggiamento riduzionista né da una negazione aprioristica di ciò che trascende la dimensione materiale. Al contrario, nasce da una posizione di rigore epistemologico e di onestà intellettuale che considera il trascendente e il mistico come dimensioni dell’esperienza, non come sistemi descrittivi affidabili della realtà.

Il punto centrale è questo: riconoscere che l’essere umano può vivere esperienze di profondità, di connessione, di senso, di vastità, non implica affermare che tali esperienze forniscano automaticamente informazioni attendibili sulla struttura ultima dell’universo, sulle sue leggi nascoste o su presunte entità operative. Il mio metodo rifiuta proprio questo scarto, questa trasformazione indebita dell’esperienza interiore in cosmologia.

Esiste una differenza sostanziale tra il dire “l’esistenza include dimensioni che superano il mero dato materiale” e il dire “so come funzionano queste dimensioni, so che cosa le abita, so quali leggi le governano”. La prima affermazione è una constatazione filosofica e antropologica legittima; la seconda è una pretesa conoscitiva che richiederebbe criteri, controlli e verifiche che l’approccio spiritualista, per sua stessa natura, non fornisce.

Il mio metodo rifiuta l’approccio spirituale quando questo diventa esplicativo, quando pretende di spiegare eventi, destini, dinamiche personali o collettive attraverso entità invisibili, piani sottili, vibrazioni, karma, guide o leggi cosmiche non verificabili. Non perché tali ipotesi siano “impossibili” in senso assoluto, ma perché non sono distinguibili, sul piano operativo, da costruzioni simboliche, suggestioni culturali o narrazioni psicologiche. In altre parole: non aggiungono informazione controllabile.

Il problema non è il mistero. Il problema è l’illusione di averlo risolto.

Il mio metodo parte da un presupposto semplice e spesso scomodo: il non sapere è una posizione più onesta del sapere immaginato. Accettare che esistano zone opache dell’esistenza non obbliga a riempirle con racconti rassicuranti. Al contrario, richiede la capacità di sostare nell’incertezza senza trasformarla in dogma.

La dimensione mistica, nel mio approccio, non viene negata ma ricondotta al suo ambito naturale: quello dell’esperienza soggettiva, del vissuto, della trasformazione interiore, del senso. È una dimensione reale sul piano umano, esistenziale, talvolta terapeutico. Ma non viene mai utilizzata come chiave causale per spiegare il funzionamento del mondo o per giustificare affermazioni che pretendono valore oggettivo.

Quando il mistico viene trasformato in sistema esplicativo, smette di essere profondità e diventa ideologia. Quando viene sottratto a ogni possibilità di verifica, smette di essere apertura e diventa chiusura. Il mio metodo rifiuta questo passaggio perché lo considera una forma sofisticata di autoinganno, spesso inconsapevole, ma non per questo innocuo.

C’è poi un aspetto etico, oltre che metodologico. Le spiegazioni spiritualiste hanno una caratteristica ricorrente: sono immuni dalla confutazione e scaricano la responsabilità sull’individuo. Se qualcosa non funziona, non è mai la teoria a essere inadeguata, ma la persona a non essere pronta, sufficientemente evoluta, allineata o “vibrante”. Questo meccanismo non solo rende il sistema non verificabile, ma produce anche colpa, dipendenza e asimmetria di potere. Un metodo che si voglia serio non può fondarsi su presupposti che non ammettono errore.

Il rifiuto dell’approccio spiritualista, dunque, non è un rifiuto del trascendente, ma un rifiuto della sua strumentalizzazione. È il rifiuto di usare il mistero come spiegazione, il simbolo come causa, l’esperienza come prova. È la scelta di mantenere separati i piani: ciò che viene vissuto interiormente, ciò che viene interpretato simbolicamente e ciò che può essere affermato come conoscenza operativa.

Il mio metodo accetta il limite, accetta l’asimmetria tra ciò che sentiamo e ciò che sappiamo, accetta che non tutto debba essere spiegato per essere significativo. Ma rifiuta di chiamare “verità” ciò che non può essere sottoposto ad alcun criterio di controllo, distinzione o confutazione.

In questo senso, il mio approccio non è né materialista né spiritualista. È rigoroso. E considera il rigore non come una chiusura al mistero, ma come l’unico modo per non tradirlo.