Conosco persone che, spinte da una spiritualità molto forte, finiscono per interpretare ogni segnale della vita attraverso il filtro delle “energie”. Una mia amica, ad esempio, ha sempre chiuso le sue relazioni non quando c’erano fatti concreti, ma quando “sentiva qualcosa di strano nell’aria”. Diceva di percepire energie negative, presagi, vibrazioni che le facevano pensare a un pericolo imminente. Eppure, quando ha creduto di aver finalmente incontrato un partner con delle “energie buone”, quello che si è aperto davanti a lei non è stato un idillio, ma un incubo reale. Non l’hanno tradita le energie, l’ha tradita la sua aspettativa che tutto potesse essere letto con quel linguaggio: ciò che sentiva come intuizione era soltanto paura travestita da spiritualità.
Un altro episodio riguarda un astrologo che incontrai anni fa. Mi disse, con assoluta convinzione, che chi nasce il 21 del mese è “posseduto da un demone”. Lo disse con tono serio, sostenendo di essere una persona che lavora con il cuore, con dedizione e sincerità. Solo in un secondo momento venni a sapere che quell’uomo era stato in prigione per circonvenzione di incapace, e osservando la sicurezza con cui affermava certe idee, mi fu chiaro quanto fosse inconsapevole del peso e della pericolosità di ciò che diceva. Credeva davvero alle sue parole, e questo rendeva le sue convinzioni ancora più preoccupanti: non erano solo stravaganti, erano il risultato di credenze radicate che non lasciavano spazio alla realtà.
Questi episodi, pur molto diversi tra loro, mostrano quanto una spiritualità priva di senso critico possa diventare un terreno scivoloso. Non perché la spiritualità sia un problema in sé, ma perché quando la si usa come unica lente per interpretare la vita, finisce per distorcere tutto il resto. Quando il dolore viene attribuito ad attacchi energetici, quando l’amore viene letto come flusso di vibrazioni buone o cattive, quando l’identità di una persona viene ridotta a un demone perché “nata in un certo giorno”, non si sta più cercando di capire la realtà: la si sta fuggendo. E la fuga, purtroppo, non porta mai sollievo.
Spesso si pensa che la spiritualità sia di per sé qualcosa di benefico: un modo per dare senso alle difficoltà, per trovare conforto, per comprendere aspetti dell’esistenza che vanno oltre la logica quotidiana. In molte tradizioni e percorsi di crescita personale, la spiritualità aiuta davvero alcune persone a ritrovare equilibrio e motivazione. Tuttavia, può capitare che questa tendenza a cercare risposte spirituali si trasformi in una gabbia mentale anziché in una risorsa.
Quando una persona sta attraversando un momento difficile — dolore, ansia, paura — e si convince di essere vittima di “attacchi energetici” o di forze oscure che la colpiscono dall’esterno, la spiegazione che trova può sembrare inizialmente rassicurante. Spesso attribuire la propria sofferenza a cause esterne e misteriose offre una spiegazione pronta, un nemico da combattere, qualcosa su cui scaricare la responsabilità. Ma questo fenomeno, anziché aiutare, aggiunge paura, senso di impotenza e convinzioni rigide, che alla fine ostacolano la possibilità di affrontare e capire ciò che sta davvero accadendo nella propria vita.
In psicologia viene spesso osservato come le credenze, quando diventano troppo inflessibili o dogmatiche, possano interferire con la capacità di valutare la realtà in modo critico e adattivo. Questo non significa che ogni forma di spiritualità sia dannosa — infatti, ci sono studi che mostrano come credenze positive possano essere associate a un migliore benessere in alcune condizioni — ma quando la spiritualità viene usata per spiegare ogni difficoltà come un attacco invisibile, una forza cosmica negativa o un karma punitivo, si finisce per rinforzare schemi di pensiero che non aiutano a risolvere i veri problemi.
La persona si ritrova così imprigionata in una visione dualistica del mondo — “energie positive contro energie negative”, “io contro forze oscure” — e ogni piccolo evento diventa prova di un complotto invisibile o di un’influenza malevola. Invece di affrontare ansia, dolore e sofferenza con strategie efficaci, ci si rifugia in riti protettivi, credenze apotropaiche e rituali di difesa: pratiche che non hanno basi oggettive e che mantengono alta la tensione emotiva. Questo processo può trasformare ogni nuova difficoltà in una conferma della presenza di energie ostili, alimentando un circolo vizioso di paura, iperattivazione emotiva e interpretazioni simboliche delle esperienze quotidiane.
Convinzioni di questo tipo non sono soltanto “idee diverse”; diventano barriere cognitive che impediscono di guardare alle proprie difficoltà con chiarezza. La psicologia sociale parla di concetti come dissonanza cognitiva — la tendenza a mantenere coerenti tra loro le idee anche quando la realtà suggerisce il contrario — proprio per spiegare quanto possa essere difficile uscire da schemi di pensiero che sembrano dare un senso anche quando non corrispondono alla realtà.
La realtà è che il dolore, la paura, la rabbia non scompaiono semplicemente perché vengono reinterpretati come “attacchi energetici”. Anzi, questa reinterpretazione può prolungare e intensificare la sofferenza, perché padroneggia la mente con paura e convinzioni rigide piuttosto che con strumenti di comprensione, di cura e di auto-efficacia. Chi resta intrappolato in questo modo di pensare rischia di allontanarsi dalla realtà concreta delle proprie emozioni, delle relazioni interpersonali, delle dinamiche psicologiche e sociali che fanno parte dell’esperienza umana.
Per uscire da questo circolo vizioso non serve negare il valore soggettivo che la spiritualità può avere per qualcuno, ma occorre riconoscere quando le credenze lasciano il posto alla paura e all’evitamento, quando diventano un modo per non guardare in faccia ciò che davvero ferisce. Solo attraverso l’integrazione di pensiero critico, consapevolezza emotiva e — quando necessario — aiuto professionale si può ritrovare un equilibrio in cui la spiritualità non è una fuga dalla realtà, ma uno strumento di crescita autentica.
