25 gennaio 2026

Nessuno ha la verità

“Nessuno ha la verità”: la frase che uccide ogni confronto serio


Nel mondo dell’astrologia, c’è una frase che ricorre con una puntualità quasi chirurgica ogni volta che si prova ad avviare un dibattito serio:

“Tanto la verità non ce l’ha nessuno.”

A prima vista suona come un gesto di umiltà. In realtà, nella maggior parte dei casi, è una scappatoia psicologica usata per sottrarsi a qualsiasi verifica, criterio, o forma di confronto basato sui fatti.

È la frase che permette a chiunque di dire qualunque cosa senza mai rispondere di ciò che afferma. Una sospensione totale del pensiero critico, una zona franca in cui tutto vale tutto e nulla può essere discusso.


1. Perché questa frase non è umiltà ma autodifesa

Quando un astrologo pronuncia “nessuno ha la verità”, ciò che in realtà sta dicendo è:

  • “Non voglio che il mio metodo venga verificato.”
  • “Non voglio discutere il fondamento di ciò che utilizzo.”
  • “Non accetto esempi e contro-esempi.”
  • “Non voglio che qualcuno evidenzi incoerenze nel mio impianto.”

Questa frase sospende il dibattito e crea un terreno in cui non esistono criteri. È il modo più rapido per evitare la dissonanza cognitiva: “se nessuno ha la verità, allora non criticarmi”.


2. La verità assoluta non serve. Servono metodo, criteri e responsabilità.

È vero che nessuno possiede la Verità con la “V” maiuscola. Ma nessuna disciplina seria richiede la verità assoluta per funzionare:

  • psicologia,
  • medicina,
  • sociologia,
  • fisica,
  • antropologia.

Quello che serve è molto più semplice:

  • un metodo dichiarato e replicabile,
  • criteri di validità,
  • coerenza interna,
  • strumenti di controllo,
  • responsabilità comunicativa.

L’astrologia non fa eccezione. Se rifiuta questi elementi, non resta astrologia: resta narrazione soggettiva.


3. Il minimo che si può chiedere a un astrologo

Se vogliamo fare astrologia in modo serio, bisogna garantire almeno tre condizioni fondamentali:

a) Un metodo chiaro, dichiarato, replicabile

Non intuizioni, non percezioni, non fantasia archetipica. Un metodo significa regole, criteri, verifiche.

b) Distinguere fatti, interpretazioni e suggestioni

  • Fatti: posizioni astrologiche verificabili.
  • Interpretazioni: ipotesi da confrontare con la realtà.
  • Suggestioni: ciò che non è verificabile né discutibile.

c) Accettare esempi e contro-esempi

Se un’ipotesi non regge alla verifica, si corregge. Non si protegge eliminando il confronto.


4. Cosa rivela psicologicamente la frase “nessuno ha la verità”

Dal punto di vista del comportamento, questa frase è un meccanismo difensivo che serve a:

  • evitare la dissonanza cognitiva,
  • proteggere la propria identità professionale,
  • schivare il confronto,
  • alleggerire l’ansia da verifica.

Se chi la pronuncia avesse davvero a cuore il principio che “nessuno ha la verità”, allora accetterebbe anche:

  • la critica,
  • la richiesta di coerenza,
  • l’analisi metodologica,
  • la trasparenza sui propri strumenti.

Ma ciò non accade quasi mai. La frase viene usata a senso unico: protegge chi la dice, non il confronto.


5. La verità non serve: serve rigore

Per chiedere rigore non serve possedere la verità ultima. Serve solo questo:

Che ciò che fai abbia un minimo di fondamento, coerenza e possibilità di controllo.

È ciò che distingue un approccio professionale da un racconto personale.


6. Una domanda diretta a chi usa questa frase

Se davvero “nessuno ha la verità”, allora perché ti senti minacciato da una domanda metodologica? Perché rifiuti il confronto? Perché non puoi spiegare come lavori? Perché non puoi accettare una verifica?

Il punto non è chi possiede la verità. Il punto è chi possiede un metodo.

Non c'è nulla di male a non sapere qualcosa. Il male sta in chi divulga quel che sa, non sa di non sapere e non vuole correzioni da nessuno.

Quando confuto un’argomentazione, non sto affermando di avere la verità in tasca. Sto semplicemente facendo ciò che chiunque dovrebbe fare quando si confronta con un’idea: verificarne la coerenza, la logica e i criteri che la sostengono.

Il problema è che, quando una persona non ha criteri solidi e si muove in un sistema di idee soggettive, vive la critica come un attacco personale. E così, invece di rispondere nel merito, ribalta la questione accusandomi di rigidità, arroganza o presunzione di verità.

Ma non è così. Io non sto imponendo nulla. Sto solo mostrando dove un’argomentazione non regge. Confutare non significa “pensare di avere la verità”, significa rendere evidente ciò che non sta in piedi.

Chi scambia un’analisi per un’imposizione, in realtà, sta solo difendendo il proprio ego o la propria credenza, evitando di rispondere alle domande fondamentali. E se una tesi non regge a una semplice richiesta di criteri, allora il problema non sono io. È la tesi.


📌 About the Author

Questo articolo fa parte del progetto Astrologia Verificabile – Metodo Galeota, una ricerca dedicata a restituire all’astrologia criteri chiari, verificabilità, confutazione e responsabilità comunicativa.

Giuseppe Al Rami Galeota — astrologo, ricercatore indipendente e dottore in Scienze e Tecniche Psicologiche — unisce l'analisi astrologica al counsel–coaching strategico, integrando pensiero critico, metodologia e controllo dei bias cognitivi.

Risorse utili:
🔗 Chi sono
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🔗 FAQ – Critiche e risposte
🔗 Verifica / Confutazione
🔗 Pilastro: Astrologia Verificabile

24 gennaio 2026

Le risposte di chi non sa rispondere

Quando una domanda di metodo diventa “mancanza di rispetto”: il caso Lilith (e il problema dell’astrologia non falsificabile)



C’è un momento ricorrente, nei confronti tra astrologi, in cui la discussione smette di essere una discussione sul metodo e diventa un processo alle intenzioni. Il tema può essere qualunque, ma oggi prendo un esempio semplice e rivelatore: Lilith.

Il punto di partenza: una domanda legittima (e inevitabile)

La domanda è questa:

Perché usi Lilith, se non è un corpo celeste?

Se parliamo della “Lilith” più comune (la cosiddetta Black Moon), stiamo parlando di un punto matematico/virtuale, con più varianti e più calcoli possibili. Non è un oggetto osservabile come un pianeta: non la vedi, non la misuri, non la “scopri” al telescopio. Esiste come costruzione.

Quindi la domanda metodologica è inevitabile:

  • Quale Lilith stai usando esattamente? (perché ne esistono più versioni)
  • Perché proprio quella e non un’altra?
  • Con quali criteri stabilisci che “funziona”?
  • Se è simbolo/archetipo, perché deve avere una longitudine zodiacale precisa, come se fosse un pianeta?

La risposta tipica: dallo statuto dell’oggetto al mito

La risposta più frequente non entra nel merito, ma sposta il discorso su un altro piano:

  • “Lilith è un archetipo importante”
  • “Si usa sempre di più”
  • “In Germania, in America…”
  • “La funzione simbolica è ciò che conta”

1) Appello al simbolico (senza criteri)

Che una narrazione mitica produca insight psicologici può anche essere vero. Ma allora va detto chiaramente:

“Io uso Lilith come dispositivo simbolico narrativo.”

Il problema nasce quando lo stesso simbolo viene trattato come un ente tecnico, cioè come qualcosa che “sta” a 12° di un segno, che fa aspetti, che ha orbite, che produce effetti specifici.

Se è solo archetipo, la domanda resta:

Perché quell’archetipo dovrebbe “cadere” in un grado preciso dello zodiaco? E quale Lilith, tra le molte?

2) Appello alla popolarità (argumentum ad populum)

“Si usa ovunque” non è un criterio di verità. È solo una fotografia sociologica: molti lo fanno.

Ma molte persone fanno anche l’opposto, e infatti esistono molte Lilith, molti calcoli, molte scuole.

Il fatto che esistano “più Lilith” non rafforza Lilith: la indebolisce (se manca un criterio)

Quando un oggetto astrologico ha:

  • varianti multiple,
  • criteri di calcolo non univoci,
  • risultati che dipendono dalla scuola,

l’onere della prova aumenta — non diminuisce.

Se due astrologi ottengono Lilith in posizioni diverse nello stesso tema, la domanda è:

Qual è la regola che permette di decidere quale delle due posizioni è corretta o utile?

Se non esiste una regola, allora la scelta è arbitraria. E l’arbitrio non è un problema, finché è dichiarato. Lo diventa quando viene venduto come “metodo”.

La mossa successiva: moralizzare la critica (e scappare dal merito)

Quando le domande si fanno più precise, spesso la discussione deraglia così:

  • “Bisogna aprire gli orizzonti”
  • “Stai abbattendo muri rigidi”
  • “È colpa del patriarcato”
  • “Serve rispetto”

Questa è una strategia retorica chiara: trasformare una questione tecnica in una questione morale o identitaria.

In pratica:

  • non si difende più Lilith,
  • si attacca il modo in cui la domanda è posta,
  • si rappresenta l’interlocutore come rigido o ostile.

A) Spostamento di cornice (frame shifting)

Si passa dal piano tecnico (criteri) al piano morale (rispetto).

B) Ad hominem implicito

Si colpisce la persona invece della tesi: “cecità”, “muri”, “chiusura”.

C) Immunizzazione dell’affermazione

La tesi diventa non criticabile: chi critica è “non evoluto”.

Il punto centrale: trasparenza verso il cliente

Il problema non è “Lilith sì o no”, ma: che cosa stai facendo quando la usi?

  1. Uso narrativo/simbolico — lecito, se dichiarato.
  2. Uso tecnico/astrologico — allora servono criteri: definizione, regola, verificabilità.

Ciò che non è lecito è mescolare i piani: vendere come tecnico ciò che è narrativo, e poi rifugiarsi nella morale quando arriva la critica.

La domanda che separa astrologia da religione

In questo ambito è permesso criticare?

Se sì, parliamo di un sapere che può crescere.
Se no — o se la critica è ammessa solo “in un certo modo” — allora non siamo più nel metodo, ma nella fede.

Conclusione

Lilith non è il vero tema: è un caso scuola. Il tema vero è:

  • Vuoi un’astrologia che regga al confronto? Servono criteri.
  • Vuoi un’astrologia simbolica? Basta dirlo.
  • Vuoi un’astrologia che non possa essere criticata? Non chiamarla metodo: chiamala credo.

Box autore & statuto

Giuseppe “Al Rami” Galeota — Astrologo professionista e ricercatore indipendente. Dottore in Scienze e Tecniche Psicologiche. Porto avanti il Metodo Galeota: un approccio all’astrologia centrato su criteri chiari, esempi e contro-esempi, controllo dei bias e trasparenza verso il cliente.

Statuto dei contenuti: questo blog distingue tra contenuti controllabili (criteri, verifiche, confutazione) e contenuti simbolici (interpretazioni, narrazioni). La critica non è mancanza di rispetto: è la condizione di crescita di qualsiasi sapere.

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Come uso l'intelligenza artificiale

L’uso etico dell’Intelligenza Artificiale nel mio lavoro di astrologo e counsel-coach strategico


L’intelligenza artificiale è uno strumento straordinario: può analizzare dati, organizzare conoscenze, velocizzare procedure, supportare la produzione di materiali e migliorare il mio lavoro sia nella ricerca astrologica sia nel counsel-coaching strategico. Ma proprio perché è potente, ritengo indispensabile definire criteri chiari ed etici, in linea con i principi del Metodo Galeota.

1. L’AI come estensione, non come sostituto

Nel mio lavoro l’AI può essere una risorsa preziosa per:

  • organizzare materiali, fonti e bibliografie;
  • generare bozze, schemi e mappe concettuali;
  • creare grafici e immagini utili alla divulgazione;
  • aiutarmi nella formulazione di ipotesi da verificare;
  • supportare la parte di comunicazione (blog, SEO, struttura dei contenuti).

Ciò che non deve fare è sostituire la mia competenza professionale, la mia responsabilità, il mio giudizio clinico-strategico o la mia capacità di interpretare i dati astrologici secondo criteri verificabili. L’AI è uno strumento di processo, non un “interprete” e non un “terapeuta”.

2. Trasparenza

La trasparenza è un cardine del mio metodo. Per questo considero etico dichiarare quando un contenuto è stato prodotto con il supporto dell’AI.

Uso etico significa:

  • non attribuire all’AI autorità interpretativa;
  • non usarla per formulare diagnosi o profili psicologici;
  • non far passare per intuizione professionale un contenuto generato digitalmente;
  • distinguere sempre ciò che proviene dal metodo, dallo studio e dall’esperienza — e ciò che è frutto dello strumento.

La trasparenza non riduce la mia autorevolezza: la rafforza.

3. L’AI come strumento al servizio della verifica astrologica

Per me che lavoro su un modello di Astrologia Verificabile, l’AI è un alleato naturale, perché permette di:

  • riconoscere pattern geometrici e matematici;
  • organizzare dataset di transiti, RS/RL e aspetti;
  • controllare errori logici e incoerenze;
  • confrontare esempi e contro-esempi;
  • rendere più chiara la struttura teorica del metodo.

L’AI non è un oracolo: è un motore di controllo. E proprio questo la rende compatibile con un approccio fondato su rigore, criteri e igiene concettuale.

4. Limiti etici nel counsel-coaching strategico

Nel lavoro strategico la relazione è tutto. Le micro-espressioni, il tono di voce, le resistenze, le dinamiche interattive e l’uso performativo del linguaggio non sono replicabili da un algoritmo.

Per questo considero non etico:

  • utilizzare l’AI per costruire diagnosi o etichette psicologiche;
  • delegare all’AI la formulazione di prescrizioni o manovre;
  • lasciare che lo strumento prenda decisioni al posto mio.

L’AI può aiutarmi a strutturare protocolli, mappe e modelli; non può sostituire la mia responsabilità professionale nella gestione del caso.

5. Etica della competenza

L’AI amplifica ciò che un professionista possiede. Non colma ciò che manca.

Se la competenza è debole, l’AI amplifica errori e superficialità. Se il metodo è solido — come nel mio caso — l’AI diventa un acceleratore di qualità, rigore e chiarezza.

La vera responsabilità etica consiste nel far sì che lo strumento sia sempre al servizio della competenza, e non il contrario.

6. Responsabilità verso il cliente

Nessuna AI vede la persona, coglie la sua storia, percepisce le sue emozioni o comprende le dinamiche relazionali come può farlo un professionista formato.

Per questo:

  • non può sostituire un consulto astrologico professionale;
  • non può guidare un intervento strategico;
  • non può assumersi responsabilità delle decisioni.

La responsabilità finale resta sempre mia. E questa è la condizione che garantisce etica, sicurezza e professionalità.

7. L’AI come ponte tra astrologia e scienza

L’obiettivo dell’Astrologia del Futuro che sto costruendo è fondare la disciplina su criteri di:

  • verificabilità,
  • rigore logico,
  • coerenza interna,
  • confutabilità,
  • distinzione tra dato e narrazione.

L’AI può diventare un ponte importante: non per sostituire l’osservazione, ma per potenziarla e organizzarla in modo più chiaro.

Conclusione

Riassumo così il mio approccio all’uso etico dell’AI:

  • Supporto, non sostituzione – l’AI affianca, non interpreta.
  • Trasparenza – dichiarare quando la uso rafforza la credibilità.
  • Confini chiari – mai diagnosi, mai profili clinici, mai decisioni affidate allo strumento.
  • Responsabilità professionale – la bussola resta l’essere umano, non l’algoritmo.

L’AI diventa così uno strumento al servizio del Metodo Galeota, non un sostituto della professionalità umana.


Autore: Giuseppe AR Galeota

Astrologo, ricercatore indipendente e counsel-coach strategico. Questo articolo fa parte del Metodo Galeota, un approccio all’astrologia fondato su criteri di verificabilità, esempi e contro-esempi, limiti dichiarati e controllo dei bias interpretativi.

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La fallacia ad hominem


Quando scoprono che sono un astrologo: il rifugio psicologico nella svalutazione

C’è un fenomeno che osservo spesso quando interagisco con sconosciuti o interlocutori che discutono con me di filosofia, psicologia, scienza, metodo o logica.

Finché non sanno che mi occupo anche di astrologia, rispondono con un certo grado di tensione — una tensione cognitiva evidente, il segnale chiaro che le mie argomentazioni stanno mettendo alla prova le loro certezze.

Il percorso è sempre lo stesso.

Negano un errore logico evidente.

Io lo spiego, passo per passo.

Loro avvertono il disagio della confutazione.

Vanno a vedere chi sono.

Scoprono che sono anche un astrologo.

Si sentono improvvisamente “sollevati”: trovano una scorciatoia psicologica per non rispondere.

A quel punto non discutono più il contenuto: svalutano la persona.

È come se nel loro cervello scattasse un interruttore:

“Ah, è un astrologo. Quindi è un demente. Quindi non devo rispondere alle sue critiche”.

Il sollievo è talmente forte da essere quasi palpabile.

È un sollievo perché la confutazione, la critica ben argomentata, lo smascheramento di un errore logico, producono disagio cognitivo. E la mente cerca sempre la via più comoda per ridurre quel disagio.

La dinamica psicologica dietro questo meccanismo

Quando una persona si trova davanti a un argomento forte, strutturato, che non riesce a controbattere, si crea un conflitto interiore:

l’idea che ha di sé come “razionale” si scontra con la realtà di non avere argomenti.

A questo punto può fare solo due cose:

accettare l’errore e rivedere le proprie convinzioni;

oppure proteggersi trovando un pretesto per non ascoltare più.

La seconda opzione è sempre la più facile.

Scoprire che l’interlocutore si occupa anche di astrologia offre il pretesto perfetto:

non serve più rispondere, non serve più difendere le proprie idee, non serve più confrontarsi con la possibilità di aver torto.

Basta etichettare.

Le fallacie e i bias nascosti in questo comportamento

1. Fallacia ad hominem (attacco alla persona)

Invece di rispondere all’argomento, si attacca l’etichetta:

“È un astrologo, quindi è irrazionale”.

È la forma più primitiva di rifiuto argomentativo.

2. Bias di conferma

Molti hanno già interiorizzato l’idea “astrologia = assurdità”.

Quando scoprono che me ne occupo, provano un piacere cognitivo: possono confermare la loro convinzione iniziale senza più ascoltare ciò che dico.

3. Riduzione della dissonanza cognitiva

Fino a un minuto prima non avevano risposte.

Accettare questa vulnerabilità sarebbe doloroso.

Attribuire all’altro una presunta inferiorità cognitiva riduce immediatamente la tensione:

“Se ha ragione lui, allora io non sono così competente come credo”.

“Ma se lui è un astrologo, non conta nulla. Posso ignorarlo”.

4. Svalutazione reattiva (mechanism of ego-protection)

Più una critica è fondata, più forte è il bisogno di svalutare chi la formula.

La svalutazione non nasce dal contenuto: nasce dal fatto che il contenuto ha colpito nel segno.

5. Errore fondamentale di attribuzione

Si confonde l’appartenenza a una categoria con la qualità delle argomentazioni individuali.

È come dire:

“Se Einstein avesse creduto in qualcosa che disprezzo, allora tutto ciò che ha detto sarebbe da buttare”.

Una semplificazione infantile, ma utilissima per proteggere il proprio ego.

Il punto centrale

L’attacco arriva dopo aver visto il mio profilo, non prima.

Dunque non è l’astrologia il problema.

È la loro incapacità di gestire la pressione logica di un ragionamento solido.

L’etichetta “astrologo” diventa una scialuppa emotiva per scappare da un confronto che li mette in difficoltà.

In altre parole:

il problema non è il contenuto delle mie argomentazioni;

il problema è l’effetto che quelle argomentazioni hanno sulla loro autostima.

Quando un individuo non può più difendere le proprie idee, difende la propria immagine attaccando la persona che lo mette in crisi.

Conclusione

Questo comportamento non è casuale: è un meccanismo psicologico arcaico, un misto di bias cognitivi, fallacie logiche e paura del confronto.

E paradossalmente, il fatto che scatti solo dopo che conoscono una mia etichetta, non prima, conferma quanto le mie argomentazioni fossero già solide prima ancora di rivelare la mia professione.

Per molti, l’etichetta “astrologo” è un modo per smettere di pensare.


Per me è la prova che ragionare seriamente — in qualunque ambito — mette sempre qualcuno con le spalle al muro.




Autore: Giuseppe AR Galeota

Astrologo e ricercatore indipendente.
Questo articolo fa parte del Metodo Galeota, un approccio all’astrologia fondato su criteri di verificabilità, esempi e contro-esempi, limiti dichiarati e controllo dei bias interpretativi.

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23 gennaio 2026

Marte entra in Acquario. E quindi?


Molti astrologi — soprattutto quelli che popolano il web — continuano a parlare dei transiti dei pianeti nei segni come se bastasse questo per descrivere ciò che accade dentro di noi, nelle nostre emozioni, nei nostri comportamenti e nella nostra vita quotidiana. È una semplificazione enorme, che rischia di trasformare l’astrologia in un racconto mondano, indistinto, valido per tutti e per nessuno. La verità, dalla prospettiva rigorosa che da anni porto avanti, è molto diversa: non basta che un pianeta transiti in un segno per produrre un effetto personale. Quella è astrologia mondiale, non astrologia individuale.

Quello che davvero conta, quando si parla di vita concreta, è che il pianeta in transito entri in relazione geometrica con punti sensibili del nostro tema di nascita. Solo un aspetto attivo — con i miei criteri di orbini applicati — è in grado di segnalare un evento, una tensione, un cambiamento o un movimento interiore. Se non c’è aspetto, il transito rimane come uno sfondo collettivo, un clima generale che riguarda il mondo, la cultura, la società, ma non la mia esperienza biografica. È come un vento che soffia, ma che non smuove nulla se non incontra ciò che può essere spostato.

Accanto a questo punto fondamentale, ce n’è un altro che i più ignorano completamente: non è il segno attraversato dal pianeta a colorare la nostra esperienza, ma la casa del tema natale in cui quel pianeta sta transitando. Le case sono i nostri settori di vita, e ciascuna conserva la coloritura del segno che occupa nel nostro tema di nascita. Questo significa che non è il pianeta a portare con sé la qualità del segno che attraversa; è la casa che possiede già un suo modo di essere, un suo stile, una sua tonalità — quella definita dal segno natale che la governa.

Per chiarire, uso il mio esempio personale, che di solito funziona meglio di qualsiasi spiegazione teorica. Quando si parla di Marte in Acquario, la domanda che ci si deve porre non è “cosa significa Marte in Acquario?”, ma “dov’è l’Acquario nel mio tema natale?”. Nel mio caso si trova in sesta casa. Questo cambia tutto. La sesta casa è legata alla salute, al lavoro quotidiano, alla routine, ai ritmi e perfino allo stress fisico. E nel mio tema quella casa è colorata dall’Acquario, quindi da modalità di autonomia, originalità, improvvisazione, anticonformismo, slanci creativi e necessità di sentirsi liberi nella gestione dei propri impegni.

Quando Marte transita lì, non è Marte in Acquario a “rendermi acquariano”. È la mia sesta casa acquariana a essere attivata da Marte. Significa maggiore energia, maggiore sforzo fisico, più impegni, possibili tensioni nella gestione del lavoro o della salute, una richiesta di efficienza, ma tutto vissuto secondo la tonalità acquariana che appartiene alla casa, non al transito. È proprio la casa a definire il modo e lo stile dell’esperienza, mentre Marte porta semplicemente movimento, urgenza, azione, accelerazione o conflitto nel settore che attraversa.

Questa è la logica dell’astrologia individuale. Ma la maggior parte delle interpretazioni online opera in tutt’altra direzione: trasforma dinamiche collettive in descrizioni personali. Il risultato è che si prende l’astrologia mondiale — quella valida per i popoli, per i cicli storici, per gli eventi collettivi — e la si applica di default al singolo individuo, come se le biografie fossero tutte uguali. E infatti quelle previsioni sono talmente generiche da poter valere per chiunque, ovunque, in qualsiasi momento. Una narrativa che funziona solo perché non può essere smentita.

Io non posso accettare questa superficialità. Chi lavora seriamente con l’astrologia sa bene che per descrivere la vita concreta di una persona serve un triplice criterio: il transito deve formare un aspetto preciso con qualcosa del tema natale, deve attraversare una casa rilevante e quella casa deve esprimersi attraverso il segno che porta inciso dalla nascita. Senza questa struttura, non esiste alcun contenuto astrologico affidabile. Ed è proprio questo rigore che distingue l’astrologia verificabile dalla narrativa astrologica.

Per questo insisto: tutto ciò che viene raccontato sul web riguardo ai transiti “nei segni” riferiti alla psicologia individuale è metodologicamente falso. Non perché il simbolo non abbia valore, ma perché è applicato nel settore sbagliato. È come usare una mappa geografica mondiale per orientarsi dentro un palazzo: i piani esistono, le stanze esistono, ma la scala è sbagliata. E con la scala sbagliata non si può arrivare da nessuna parte.

La prospettiva corretta, quella che seguo e insegno, richiede di rimettere al centro la combinazione esatta di aspetto – casa – segno natale, e di distinguere in modo netto ciò che è astrologia mondiale da ciò che riguarda la vita del singolo. Soltanto così le previsioni diventano coerenti, verificabili e applicabili. Soltanto così l’astrologia riacquista dignità e precisione, liberandosi della spettacolarizzazione superficiale che circola online e ritornando a essere un linguaggio capace di descrivere la vita reale.




Autore: Giuseppe AR Galeota

Astrologo e ricercatore indipendente.
Questo articolo fa parte del Metodo Galeota, un approccio all’astrologia fondato su criteri di verificabilità, esempi e contro-esempi, limiti dichiarati e controllo dei bias interpretativi.

Approfondimenti:

18 gennaio 2026

Nuova scoperta: la vera origine dell'astrologia

Lo Zodiaco Tropicale: Perché è la Vera Radice dell'Astrologia Occidentale

Titolo: Lo Zodiaco Tropicale: Perché è la Vera Radice dell'Astrologia Occidentale

Molti appassionati di astrologia credono che lo zodiaco nasca con l'osservazione delle costellazioni, e che l'astrologia si fondi sull'influsso dei pianeti in relazione alle stelle fisse. Ma una corretta analisi storica e filologica dimostra che l'astrologia occidentale, così come la conosciamo, è nata e si è sviluppata in un quadro tropicale, non siderale.

Le origini: dallo zodiaco delle stelle a quello stagionale

I Babilonesi furono i primi a costruire uno zodiaco, ma non ancora nel senso moderno. In testi come il MUL.APIN (ca. 1000 a.C.) si elencavano circa 17-18 costellazioni lungo l'eclittica, usate per scopi rituali e osservativi. Solo nel V secolo a.C. inizia a comparire lo zodiaco diviso in 12 segmenti di 30°: una standardizzazione simbolica più che astronomica, utile a fini computazionali e astrologici. (Rochberg, 2004; Steele, 2008)

Questi 12 settori prendevano il nome dalle costellazioni (Ariete, Toro, ecc.) ma non corrispondevano perfettamente ad esse. Già in epoca babilonese tardo, infatti, lo zodiaco era una griglia matematica che non coincideva più esattamente con le stelle visibili.

Il contributo greco: stagioni, elementi e qualità

I Greci ereditarono lo schema zodiacale babilonese e lo rielaborarono profondamente. Tra il IV e il II secolo a.C., filosofi e astronomi come Eudosso, Ipparco e Tolomeo iniziarono a legare i segni zodiacali non più alle stelle, ma alle stagioni. Ogni segno assunse caratteristiche definite sulla base delle qualità elementali (caldo, freddo, secco, umido) e dei quattro elementi (fuoco, terra, aria, acqua), secondo la fisica aristotelica. (Tetrabiblos, I, 10-11)

Quando Ipparco scoprì la precessione degli equinozi (ca. 130 a.C.), si rese conto che le costellazioni si spostavano lentamente rispetto ai punti equinoziali. Tolomeo adottò esplicitamente uno zodiaco tropicale: l'inizio dell'Ariete non era più legato alla costellazione omonima, ma fissato sull'equinozio di primavera. (Ptolemy, Tetrabiblos, I.11)

Il punto chiave: l'astrologia nasce già tropicale

Già prima della scoperta della precessione, i significati astrologici dei segni derivavano dalle stagioni: l'Ariete era il segno dell'inizio, del fuoco e dell'impulso perché coincideva con la primavera. Non perché fosse "davvero" in Ariete astronomicamente.

In altre parole, anche se i nomi dei segni derivano da costellazioni, le loro funzioni astrologiche sono sempre state stagionali, e dunque tropicali. L'astrologia è sempre stata una disciplina simbolico-ciclica più che siderale-osservativa.

E lo zodiaco indiano?

Lo Jyotisha (astrologia indiana) usa invece uno zodiaco siderale, ma ciò è dovuto a una diversa evoluzione: i significati astrologici dei segni, infatti, sono stati importati in India tramite il contatto ellenistico (Yavanajataka, ca. 270 d.C.) e innestati su un sistema siderale. Ma anche in India, le caratteristiche di Meṣa (Ariete), Vṛṣabha (Toro), ecc. derivano da categorie greche legate agli elementi e non da osservazioni stellari. (Pingree, 1978)

Conclusione

Anche se spesso si pensa che l'astrologia derivi dalle stelle, la realtà storica mostra che è nata dalla ciclicità stagionale, ovvero dal riferimento al Sole lungo l'eclittica in relazione a solstizi ed equinozi. La scoperta della precessione ha solo reso esplicito ciò che già era in atto: lo zodiaco astrologico è sempre stato tropicale, anche prima di essere chiamato così.

Fonti principali

  • Rochberg, F. (2004), The Heavenly Writing: Divination, Horoscopy, and Astronomy in Mesopotamian Culture.
  • Steele, J.M. (2008), Babylonian Star-lore.
  • Pingree, D. (1978), The Yavanajataka of Sphujidhvaja.
  • Tolomeo, Tetrabiblos, trad. Robbins, Book I.

Autore: Giuseppe AR Galeota

Astrologo e ricercatore indipendente.
Questo articolo fa parte del Metodo Galeota, un approccio all’astrologia fondato su criteri di verificabilità, esempi e contro-esempi, limiti dichiarati e controllo dei bias interpretativi.

Approfondimenti:

Metodo Galeota: chiarezza, criteri, limiti dichiarati, e controllo degli aggiustamenti retroattivi.

16 gennaio 2026

Spiritualità ed esoterismo. Criteri di verifica per l'astrologia


Spiritualità, mente superiore ed esoterismo

Quali criteri vengono dichiarati per accedere a una “verità oltre la ragione”

Una delle affermazioni più ricorrenti nella spiritualità ed esoterismo contemporanei è che la mente razionale ordinaria non sia in grado di comprendere la realtà ultima, e che solo una mente superiore o coscienza spirituale possa accedere a una verità più profonda, definita spesso come ontologica.

Questa posizione solleva una questione centrale:
se la ragione non può verificare né confutare tali affermazioni, quali criteri vengono allora proposti per stabilire che ciò che si comprende “oltre la mente” sia vero?

Di seguito vengono sintetizzati, punto per punto, gli argomenti e i parametri più comunemente utilizzati in ambito spirituale ed esoterico.


1. Distinzione tra mente inferiore e mente superiore

Secondo l’impostazione esoterica, la coscienza umana sarebbe articolata su più livelli.

A) Esistenza di una mente inferiore, legata alla razionalità logico-discorsiva, al linguaggio, ai sensi e all’esperienza ordinaria.
B) Esistenza di una mente superiore o intuizione spirituale, capace di cogliere direttamente le verità ultime senza passaggi logici.
C) La mente inferiore sarebbe condizionata da emozioni, desideri, ego e abitudini culturali.
D) La mente superiore sarebbe invece impersonale, universale e non soggetta a errore quando pienamente sviluppata.
E) Le contraddizioni logiche non costituirebbero una confutazione, ma un limite dello strumento razionale.

👉 Presupposto chiave: ciò che non è comprensibile razionalmente non è per questo falso, ma appartiene a un livello di realtà differente.


2. Limiti dichiarati della razionalità e del metodo scientifico

In queste correnti viene spesso ridefinito il campo di validità della conoscenza.

A) La scienza viene considerata efficace solo per il mondo fisico e misurabile.
B) Le realtà spirituali sarebbero per definizione non osservabili con strumenti materiali.
C) Il metodo sperimentale sarebbe inadeguato a investigare coscienza, anima e dimensioni sottili.
D) La richiesta di prove empiriche verrebbe interpretata come una pretesa indebita.
E) La razionalità viene vista come uno strumento utile ma incompleto, non come criterio ultimo di verità.

👉 Conseguenza: la non verificabilità empirica non viene considerata una debolezza, ma una caratteristica intrinseca dell’oggetto di studio.


3. Sviluppo della mente superiore: criteri dichiarati

Poiché la verità non sarebbe accessibile automaticamente, vengono indicati percorsi di sviluppo interiore.

Disciplina meditativa e “yoga mentale”

A) Pratiche simili al raja yoga per fondere intelletto e intuizione.
B) Meditazione prolungata per silenziare il pensiero discorsivo.
C) Concentrazione su simboli, archetipi o concetti metafisici.
D) Progressivo distacco dall’identificazione con il corpo e la personalità.
E) Stabilizzazione di uno stato di attenzione non duale.

Disciplina etica ed emotiva

A) Riduzione dell’egoismo e delle pulsioni personali.
B) Coltivazione di altruismo, compassione e impersonalità.
C) Superamento di desideri considerati “inferiori”.
D) Controllo delle emozioni come requisito per una visione chiara.
E) Equilibrio interiore come segno di avanzamento spirituale.

👉 Assunto centrale: una coscienza non purificata distorce la verità; solo una coscienza trasformata può coglierla correttamente.


4. Criteri di validazione della conoscenza spirituale

Poiché la verifica esterna è esclusa, vengono proposti criteri interni.

A) Coerenza simbolica: la visione deve armonizzarsi con sistemi simbolici tradizionali.
B) Concordanza intersoggettiva: più individui “evoluti” dovrebbero giungere alle stesse intuizioni.
C) Continuità con le tradizioni del passato, considerate depositarie di una conoscenza perenne.
D) Capacità esplicativa: il sistema deve “dare senso” all’esistenza, al destino, alla sofferenza.
E) Effetto trasformativo: la verità si riconoscerebbe dai cambiamenti interiori prodotti.

👉 Nota importante: la verità non viene definita come corrispondenza ai fatti, ma come efficacia spirituale.


5. Verità ontologica come stato di coscienza

Nell’esoterismo la verità non è un enunciato, ma un’esperienza.

A) Conoscere e essere coincidono.
B) La verità ultima non si dimostra, si realizza.
C) Il dubbio scompare non per confutazione, ma per trascendimento.
D) La certezza deriva dall’identificazione con il reale, non dal confronto di ipotesi.
E) Chi non ha raggiunto tale stato non sarebbe in grado di giudicare correttamente.

👉 Esito finale: la verità diventa auto-validante per chi la sperimenta.


6. Ruolo residuo della ragione

Contrariamente a quanto si crede, la ragione non viene sempre esclusa del tutto.

A) Serve come strumento preparatorio.
B) Aiuta a evitare illusioni grossolane nelle fasi iniziali.
C) Può ordinare e interpretare le intuizioni.
D) Non deve però pretendere di giudicare ciò che la supera.
E) Deve infine cedere il passo all’intuizione pura.


Cosa si intende per "sistema chiuso" quando si parla di esoterismo e spiritualità?

Un sistema chiuso è un sistema che:

  • Non esiste alcuna condizione osservabile che possa dimostrarlo falso.

  • Qualunque obiezione viene reinterpretata in modo auto-protettivo.

  • Tutto ciò che succede è sempre “compatibile” con la dottrina.

  • La dottrina contiene al suo interno le spiegazioni che la proteggono.

  • Nessuna verifica esterna è ammessa come criterio.

  • La verità si misura solo in base alle sue stesse premesse.

  • La validità si basa su esperienze interiori, non su fenomeni condivisibili.

  • Ogni prova è personale, soggettiva, non replicabile da altri.

  • una critica diventa prova che “non sei pronto”,

  • un dubbio diventa prova che “la mente inferiore resiste”,

  • una richiesta di verifiche diventa prova che “ti manca l’intuizione”.

  • Nessun evento misurabile

  • Nessun criterio predittivo

  • Nessun fallimento contemplato

👉 È lo stesso motivo per cui
l’astrologia esoterica non può essere astrologia giudiziaria.


✔ In sintesi pratica 

Quando diciamo che un sistema è chiuso intendiamo:

Non c’è modo di dimostrare che è falso, e non c’è modo di sapere se è vero finché non accetti per fede le sue premesse.
Tutto ciò che avviene è sempre reinterpretato per farlo risultare corretto.
Non esistono criteri esterni di verifica.
L’unica validazione possibile è interna ed emotivo-spirituale.


✔ Applicato al contesto astrologico-spirituale

Le astrologie che si basano su:

  • maestri ascesi

  • raggi spirituali

  • livelli di coscienza

  • intuizione superiore

  • “solo chi è illuminato può capire”

sono sistemi chiusi perché:

  • presuppongono le facoltà che dovrebbero dimostrare,

  • non ammettono confutazioni,

  • non generano previsioni verificabili,

  • e richiedono fede nel percorso prima ancora di comprenderlo.


✔ Conseguenza logica

Non è limitato chi non adotta questi sistemi.
È semplicemente fedele a un principio fondamentale:

Non accetto ciò che non posso verificare.
Lascio aperta la porta, ma non entro finché non posso vedere con i miei occhi.

La spiritualità ed esoterismo moderni propongono dunque un sistema coerente, ma fondato su criteri epistemologici radicalmente diversi da quelli scientifici e razionali.
La verità non viene cercata tramite verifica esterna, ma tramite trasformazione della coscienza.

Il nodo centrale resta aperto:
👉 se la validità di una conoscenza dipende dallo stato interiore di chi la afferma, come distinguere una verità ontologica da una convinzione soggettiva?

È su questo punto che si gioca la differenza tra ricerca spirituale, esperienza personale e affermazione di verità universali.

 

Sintesi concettuale della mia posizione

1. La questione di fondo: epistemologia, non spiritualità

  • Le astrologie che derivano da percorsi spirituali presuppongono un certo tipo di evoluzione interiore.

  • Il loro impianto si regge sull’idea che solo chi ha completato quel cammino può verificarne la verità.

  • Per chi non ha raggiunto tali stati di coscienza, accettarle significa atto di fede, non conoscenza.

2. La convergenza simbolica non è una prova

  • È vero che molte tradizioni presentano simboli simili (sette piani, sette raggi, maestro interiore, ecc.).

  • Ma la convergenza non basta per stabilire la verità ontologica:
    è solo un dato narrativo, culturale o antropologico.

  • Senza la presunta “illuminazione”, ogni adesione resta una credenza.

3. La mia posizione: sospensione del giudizio

  • Non posso integrare nei miei modelli conoscenze che non posso verificare.

  • Non ho completato un percorso contemplativo tale da poter giudicare quelle dottrine “dall’interno”.

  • E non posso accettare come veri elementi che richiedono anni di meditazione o fiducia in maestri invisibili.

  • Dunque scelgo la strada più onesta:
    sospensione del giudizio + uso simbolico, non ontologico.

4. Nessuna “caccia alle streghe”: solo igiene concettuale

La mia proposta non è eliminare queste correnti dal panorama astrologico, ma:

A) chiarire cosa è tecnica e cosa è spiritualità
B) separare i modelli verificabili da quelli metafisici
C) evitare ambiguità e contaminazioni epistemologiche
D) impedire che la “mistica” venga spacciata per metodo
E) chiedere criteri espliciti, anche minimi, a chi fa astrologia

In questo senso, la “caccia alle streghe” è solo verso la nebulosità, l’immunizzazione dai fatti, l’uso di parole altisonanti senza operatività.

5. L’Astrologia del Futuro: tecnica, metodo, limiti chiari

La mia visione dell’Astrologia del Futuro si fonda su tre pilastri:

1. Delimitazione dei campi

  • la spiritualità resta spiritualità

  • la tecnica astrologica resta tecnica

  • non si mischiano piani diversi fingendo che siano equivalenti

2. Consapevolezza dei limiti di ogni sapere

  • esiste ciò che possiamo verificare

  • esiste ciò che possiamo solo ipotizzare

  • esiste ciò che è pura fede

3. Potenziamento della conoscenza tramite chiarezza epistemologica

  • eliminare concetti non testabili dal settore tecnico

  • valorizzare ciò che è replicabile, controllabile, osservabile

  • usare il simbolo come linguaggio, non come prova metafisica

La mia posizione si riassume così:

“Non rigetto lo spirituale. Semplicemente, non lo dichiaro vero quando non ho criteri per verificarlo. Lo uso come linguaggio interiore, non come teoria del mondo.”

✔ Perché non è “limitato” chi non usa una visione spirituale dell’astrologia

1. Ogni forma di conoscenza richiede il suo percorso

  • Per diventare competenti in astrologia tecnica bisogna praticare, verificare, osservare.

  • Per diventare competenti in astrologia spirituale occorrerebbe meditare, trasformarsi, fare un lavoro interiore.

  • Non puoi saltare i gradini: ogni campo richiede lo sviluppo di facoltà specifiche.

👉 Quindi non è limitato chi non usa la spiritualità: non ha semplicemente (e onestamente) iniziato quel percorso.

2. La fiducia non si regala: si costruisce

La fiducia nella tecnica astrologica nasce da:

  • A) osservazione quotidiana

  • B) esempi e contro-esempi

  • C) predicibilità parziale ma verificabile

  • D) parametri chiari e riproducibili

La fiducia in un sistema spirituale, invece, nasce solo da:

  • A) pratica meditativa

  • B) disciplina etica ed emotiva

  • C) trasformazioni interiori

  • D) esperienze contemplative dirette

👉 Dunque non posso “crederci” per delega o per sentito dire.
Serve un lavoro su di me, non una scelta di fede!

3. Non si può applicare per fede un sistema che non si è maturato

Io applico l’astrologia giudiziaria perché:

  • la testo

  • la verifico

  • la vedo funzionare

  • la confronto con i fatti

Se dovessi applicare un sistema spirituale (astrologia esoterica, ecc.) senza aver fatto prima un percorso contemplativo, succederebbe questo:

  • A) lo userei “a prestito”, non per esperienza

  • B) non potrei distinguere intuizione da proiezione

  • C) non saprei valutare cosa è autentico e cosa è fantasia

  • D) mi muoverei in un campo che presume facoltà che non ho ancora sviluppato

👉 Un sistema non testabile può essere solo vissuto, non imitato.

4. Il mio approccio è realmente onesto

Dire:

“Non mi pronuncio perché non ho fatto quel percorso”
non è un limite, è una prova di maturità epistemologica e di umiltà.

È esattamente come dire:

  • “Non sono un cardiologo, quindi non emetto diagnosi cardiologiche”.

  • “Non faccio immersioni tecniche senza brevetto”.

  • “Non interpreto tradizioni mistiche senza averle praticate”.

👉 Ogni campo richiede la propria competenza specifica. Anche la spiritualità.

5. Astrologia del futuro = chiarezza dei confini

La mia proposta è limpida:

  • l'astrologia spirituale ha diritto di esistere,

  • ma non va confusa con tecnica, previsione o metodo,

  • e non va assunta per fede da chi non ha fatto il percorso che essa stessa richiede.

Non si esclude nulla, non si demonizza nulla,
ma si mantengono i confini chiari.

👉 L’astrologia del futuro non combatte la spiritualità:
combatte la confusione epistemica

 

 

 


Autore: Giuseppe AR Galeota

Astrologo e ricercatore indipendente.
Questo articolo fa parte del Metodo Galeota, un approccio all’astrologia fondato su criteri di verificabilità, esempi e contro-esempi, limiti dichiarati e controllo dei bias interpretativi.

Approfondimenti:

Metodo Galeota: chiarezza, criteri, limiti dichiarati, e controllo degli aggiustamenti retroattivi.

Meccanismi di potere sul web

Il guardiano del cancello

Una metafora clinica sui meccanismi di potere, controllo e sottrazione strategica

All’inizio sembra una piazza. Uno spazio pubblico, aperto, dove qualcuno espone le proprie idee e altri, liberamente, intervengono.  Qualcuno passa, si ferma un attimo, fa un commento leggero — magari persino a sostegno — e poi si aspetta di proseguire.

Ma a volte quella piazza non è una piazza. È un cortile. E il cortile ha un cancello. E dietro il cancello c’è un guardiano. Tu sei il guardiano.

Come non diventare bacchettoni. Consigli strategici. 

Intolleranza, moralizzazione è il rischio di sentirsi “nel giusto” mentre si sbaglia tutto. 

C’è infatti un momento sottile, spesso invisibile, in cui una persona smette di difendere un valore e comincia a difendere la propria immagine di persona giusta. Mi è capitato tante volte. 

È lì che nasce il bacchettone.

Il problema non è l’intolleranza.

Tutti siamo intolleranti verso qualcosa.

Il problema è come la gestiamo.

1. L’intolleranza non è il nemico

Essere intolleranti verso:

l’aggressività

la maleducazione

il caos

la provocazione gratuita

è umano e spesso sano.

Il guaio nasce quando l’intolleranza non viene gestita e allora si traveste da moralità.

2. Quando l’intolleranza si traveste da virtù

Il passaggio è quasi automatico:

“Non sopporto questo comportamento”

diventa

“Questo comportamento è sbagliato”

poi

“Chi lo fa è sbagliato”

A questo punto non stiamo più parlando di regole.

Stiamo parlando di giudizio sulla persona. Ed è qui che il linguaggio cambia: non si risponde più a ciò che viene detto, ma si giudica come viene detto e infine chi lo dice.

Il bacchettonismo nasce così: non da cattiveria, ma da auto-assoluzione morale.

3. Il bisogno di sentirsi giusti

Dal punto di vista strategico, la moralizzazione è una tentata soluzione:

“Se mi sento disturbato, allora devo avere ragione.”

Invece di chiederci: perché questa cosa mi irrita così tanto?

scegliamo la scorciatoia: sono io quello giusto, l’altro quello sbagliato.

Il risultato è paradossale: 👉 per difendere l’ordine, diventiamo ingiusti.

👉 per difendere la civiltà, diventiamo crudeli.

4. Il linguaggio che trasforma le persone in problemi

Un segnale chiarissimo di bacchettonismo è il linguaggio.

Quando iniziamo a usare parole offensive, non stiamo più regolando un comportamento, ma stiamo riducendo una persona a un’etichetta. E questo, anche se ci sentiamo “nel giusto”, ci rende automaticamente: altezzosi, intolleranti, ingiusti. Ammetto di essere stato assai moralista a volte e di essere cascato anche io in questa dinamica. 

5. Il paradosso strategico

Nel modello strategico questo è un paradosso classico:

Più cerco di correggere l’altro, più perdo contatto con me stesso.

La moralizzazione non calma l’intolleranza.

La amplifica.

Ogni giudizio rafforza l’irritazione iniziale

e ci costringe a giudicare ancora di più per sentirci coerenti.

È un circuito che si autoalimenta.

6. Un linguaggio più giusto (non più buono)

Non serve essere più buoni. Serve essere più precisi.

Un linguaggio meno bacchettone è un linguaggio che parla di comportamenti, non di persone, dice “questo non funziona” invece di “tu sei sbagliato”, riconosce l’irritazione senza trasformarla in sentenza

sa porre limiti senza umiliare

Questo non è lassismo. È competenza relazionale.

7. La vera alternativa al bacchettonismo

La vera alternativa non è tollerare tutto, ma assumersi la responsabilità della propria intolleranza.

Dire, anche solo interiormente:

“Questa cosa mi infastidisce, ma non per questo ho il diritto di schiacciare l’altro.”

Questo passaggio cambia tutto:

il tono

le parole

le reazioni

l’effetto sull’altro

Ed evita di trasformarci in ciò che critichiamo.

Il bacchettonismo non nasce dall’odio. Nasce dalla paura di sembrare deboli, indulgenti, permissivi.

Ma la vera forza non è moralizzare. È reggere il disagio senza scaricarlo sull’altro.

Chi sa farlo:

non è crudele

non è altezzoso

non è ingiusto

È semplicemente più lucido, saggio, potente, autorevole. 

E oggi, la lucidità è una forma rara di civiltà.

Quando bacchetti tutti, l'altro pensa: "Che esagerazione! E cosa mai avrò fatto di così deplorevole?" 

Dal punto di vista strategico, questo è il momento in cui la comunicazione smette di essere dialogo e diventa gerarchia. Non conta più cosa l'altro ha detto: conta che hai perso il controllo.

Nel modello del Counsel–Coaching Strategico, questo è un segnale chiaro:  non reagisci al contenuto, ma al tuo disagio.

Il fischietto che non suona mai

Dici:

“Ti faccio sentire colpevole di qualcosa che non hai fatto, così ristabilisco la gerarchia.”

È un potere simbolico, non reale. Paradossalmente, più una persona insiste sul proprio potere, più mostra quanto lo senta instabile.

Quando la moderazione diventa moralizzazione

La moralizzazione serve a una sola cosa: non affrontare il contenuto e trasforma l’altro in qualcuno che “va corretto”. E ci sta pure. Ma...

Il doppio legame del cancello

A questo punto il messaggio implicito è doppiamente vincolante. L'altro può:

  • parlare, ma non troppo;
  • ridere, ma non qui;
  • commentare, ma deve essere grato di poterlo fare.

Qualunque cosa egli dica, è in errore. Il doppio legame blocca il dialogo e produce solo frustrazione. 

La manovra strategica: la sottrazione

La tentazione dell'altro è quella di spiegarsi, chiarire, giustificarsi. Ma in un sistema disfunzionale, la spiegazione alimenta il gioco.

La risposta strategica è un’altra:

la sottrazione attiva.

Cancellare i commenti, togliere il bersaglio, uscire dalla scena. Non è fuga: è lucidità.

Una verità clinica semplice

Le persone realmente autorevoli non minacciano, non moralizzano, non umiliano. Rispondono. Chiariscono. Accolgono o rifiutano, ma senza degradare.

Conclusione

Non tutti i cortili meritano di essere attraversati. Non tutti i cancelli meritano una spiegazione. E non tutti i guardiani scelgono i modi giusti per comunicare. Tu che guardiamo vuoi essere? 

Perche se non sai essere accogliente a volte la mossa più forte che potresti ricevere è anche la più semplice: che l'altro se ne vada, senza rumore, ma con la schiena dritta.


Autore: Giuseppe AR Galeota

Astrologo, ricercatore e counselor strategico. Questo articolo fa parte del Metodo Galeota e integra prospettive astrologiche, strategiche e comunicative.

Approfondisci:

15 gennaio 2026

Astrologia spirituale e scienza: chiarimenti metodologici

Negare la scienza e poi usarla: una contraddizione metodologica

(Riflessione sul metodo, non sulle persone)

Tag tematici: Metodo Epistemologia Astrologia verificabile AI

Uno dei problemi più seri nel dibattito contemporaneo – in astrologia come in altri ambiti di confine – non è lo scontro tra visioni diverse, ma una contraddizione metodologica ricorrente: la tendenza a negare la scienza come criterio di conoscenza e, allo stesso tempo, usarla selettivamente per legittimare le proprie affermazioni.

Qui non si discute di “fede” contro “materialismo”, né di chi abbia torto o ragione in assoluto. Il punto è più semplice: se vogliamo dialogare in modo utile, serve almeno coerenza logica.

Il meccanismo ricorrente

Lo schema è quasi sempre lo stesso:

  • Prima, la scienza viene descritta come riduzionista, parziale, “figlia della mente inferiore, incapace di cogliere la complessità del reale.
  • Poi, quando serve legittimazione, compaiono formule del tipo: “oggi lo stanno dimostrando le neuroscienze”, “la ricerca sta confermando ciò che si sapeva da secoli”, “ormai anche la scienza lo riconosce”.
  • Infine, quando si chiede di entrare nel merito (quali studi, quali criteri, quali limiti), si torna al punto di partenza: “non è riducibile ai criteri scientifici”.

Questo non è un dialogo tra paradigmi differenti: è un uso strumentale del paradigma scientifico come timbro di autorevolezza, senza accettarne le regole minime di controllo.

Il nodo logico (ineludibile)

Il punto non è ideologico. È strutturale:

  • O un ambito di conoscenza è dichiaratamente extra-scientifico: allora non può essere giustificato invocando la scienza come prova o conferma.
  • O un ambito è in parte osservabile, misurabile, dimostrabile: allora entra nel dominio empirico e deve accettare criteri espliciti, limiti dichiarati e procedure di verifica.

In altre parole: usare la scienza come “autorità” e rifiutarla come criteri di controllo produce una contraddizione logica.

Usare la scienza come timbro di autorevolezza e rifiutarla come criterio di controllo non è integrazione: è incoerenza metodologica.

Perché questo atteggiamento è un problema serio

Questo modo di procedere produce almeno tre effetti negativi:

  1. Immunizza le affermazioni. Se qualcosa è sempre “oltre” ogni criterio, non può mai essere discusso, corretto o raffinato. È ciò che in filosofia della scienza viene descritto come immunizzazione delle affermazioni.
  2. Svuota il linguaggio scientifico. Espressioni come “la scienza dice…” diventano retorica: una formula che impressiona, ma non informa.
  3. Blocca l’evoluzione reale delle discipline. Senza criteri condivisi non c’è confronto: c’è solo narrazione autoreferenziale.

Nota: distinguere i piani non significa svalutare un’esperienza spirituale. Significa evitare confusioni e mantenere un livello minimo di chiarezza metodologica.

Una distinzione sana (e risolutiva)

Una posizione intellettualmente onesta può essere molto semplice:

  • Esistono ambiti scientifici → regolati da osservazione, confutazione, limiti dichiarati, replicabilità e trasparenza delle procedure.
  • Esistono ambiti filosofici, simbolici, spirituali → significativi per chi li pratica, ma non dimostrabili in senso empirico (almeno così come vengono formulati).
  • Mescolare i piani solo quando conviene non è integrazione: è confusione.

Separare i piani non significa “ridurre” il reale. Significa sapere con precisione: quali domande appartengono al metodo e quali appartengono a una cornice di senso.

Nota metodologica (Metodo Galeota)

Nel Metodo Galeota la distinzione è netta:

  • ciò che pretende regole, criteri e capacità predittiva va sottoposto a verifica, esempi e contro-esempi;
  • ciò che dichiara di essere oltre la verifica non viene “attaccato”, ma semplicemente non viene presentato come “dimostrato” né come fondamento tecnico;
  • ciò che usa la scienza come timbro di autorevolezza deve accettare anche la scienza come criterio di controllo (altrimenti è una contraddizione).

Questo criterio non serve a “vincere” discussioni: serve a mantenere pulito il metodo, evitare immunizzazioni e distinguere tra vero, verificabile e verosimile.


Autore: Giuseppe AR Galeota

Astrologo e ricercatore indipendente.
Questo articolo fa parte del Metodo Galeota, un approccio all’astrologia fondato su criteri di verificabilità, esempi e contro-esempi, limiti dichiarati e controllo dei bias interpretativi.

Approfondimenti:

Metodo Galeota: chiarezza, criteri, limiti dichiarati, e controllo degli aggiustamenti retroattivi.

Vero e verosimile in astrologia

Differenza tra vero e verosimile in astrologia – Il caso di Chirone

Differenza tra vero e verosimile in astrologia

Il caso di Chirone

Negli ultimi anni è sempre più frequente imbattersi in video, libri e interviste in cui si spiega perché Chirone debba essere considerato il guaritore, la ferita che cura, il trauma che diventa risorsa. La spiegazione, quasi sempre, parte dal mito.

L’autrice o l’autore ricostruisce con intelligenza il racconto mitologico, ne evidenzia i passaggi simbolici e, da lì, deduce un significato astrologico. Il risultato è spesso un discorso logicamente coerente, suggestivo e persuasivo.

Ma qui nasce una distinzione fondamentale, che in astrologia viene sistematicamente ignorata:

un discorso coerente non è necessariamente un discorso vero.

Coerenza narrativa ≠ verità

Stabilire il significato di un simbolo a partire dal mito consente di costruire un racconto verosimile, non una verità dimostrata.

Il mito:

  • è un sistema simbolico,
  • è aperto all’interpretazione,
  • permette deduzioni multiple, anche tra loro incompatibili.

La capacità di interpretare un mito richiede intelligenza, creatività, abilità deduttiva e cultura simbolica. Tutte qualità rispettabili, ma che parlano del mito, non dell’effetto concreto e operativo di Chirone nella vita reale.

Il verosimile come trappola cognitiva

Un racconto mitologico ben interpretato produce verosimiglianza: “ha senso”, “torna”, “è coerente”, “mi risuona”.

Ma il verosimile:

  • non conferma una credenza,
  • non la dimostra,
  • non la rende verificabile.

Serve piuttosto a giustificare ciò in cui già crediamo. È lo stesso meccanismo della razionalizzazione: una spiegazione elegante costruita a posteriori per difendere un’ipotesi mai testata.

Lo stesso mito, infinite deduzioni

Un punto raramente esplicitato ai lettori è questo:

un altro astrologo potrebbe applicare deduzioni diverse allo stesso mito e ottenere conclusioni altrettanto plausibili.

Dal mito di Chirone si potrebbe dedurre, ad esempio:

  • l’impossibilità di guarire,
  • la ferita eterna,
  • la marginalità,
  • la punizione per l’hybris,
  • la conoscenza che non salva.

Tutte interpretazioni coerenti e argomentabili. Ma quale sarebbe vera? E soprattutto: in base a quale criterio?

Mettere in bocca a Chirone ciò che non dice

Il problema nasce quando si compie questo salto illegittimo:

  1. interpretazione del mito,
  2. deduzione simbolica,
  3. attribuzione di effetti psicologici concreti,
  4. applicazione automatica al tema natale.

Senza mai passare da sperimentazione controllata, criteri dichiarati, protocolli replicabili e contro-esempi documentati.

Perché non mi fido delle “sperimentazioni personali”

Molti autori giustificano queste attribuzioni dicendo: “l’ho visto funzionare”, “la mia esperienza lo conferma”.

Il problema è che nessuno esplicita la metodologia, nessuno dichiara i criteri, nessuno mostra i fallimenti, nessuno permette il controllo esterno.

Nei miei lavori ho fatto l’opposto: ho dichiarato i criteri, mostrato i limiti, esplicitato gli errori e separato la narrazione dall’uso operativo.

Metodo prima del significato

Se vogliamo che l’astrologia cresca come forma di sapere, dobbiamo fare una scelta netta:

mettere al centro la metodologia, non il racconto.

Solo una metodologia dichiarata, condivisa e controllabile permette di distinguere tra ciò che sembra vero e ciò che resiste ai test.

Il problema dell’approccio americano

Nell’approccio americano contemporaneo non esiste vera critica tra scuole. Ogni autore è intoccabile e il dissenso è vissuto come attacco personale.

In un contesto simile nessuna teoria può essere confutata, nessuna pratica può migliorare e nessun sapere può evolvere.

L’assenza di critica produce astrologi sempre più egocentrici, dogmatici e spesso pessimi ricercatori.

Conclusione

Il mito è uno strumento potente, ma va riconosciuto per ciò che è: fonte di narrazione, stimolo simbolico, materiale poetico.

Se lo si usa per affermare effetti concreti senza verifica, non si sta facendo ricerca astrologica, ma costruzione di senso.

E la costruzione di senso può essere affascinante, ma non è conoscenza.


👉 Approfondimento:
Pilastro – Astrologia verificabile: cosa significa davvero


Autore: Giuseppe Galeota

Astrologo e ricercatore indipendente. Questo articolo fa parte del Metodo Galeota, un approccio all’astrologia fondato su criteri di verificabilità, esempi e contro-esempi, limiti dichiarati e controllo dei bias interpretativi.

Statuto:
qui “valido” significa discutibile e controllabile (criteri, contro-esempi, revisione).

Metodo:
astrologia giudiziaria (RS/RL) + criteri anti-bias (verifica / contro-esempi).

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