«Non vuoi assumerti la responsabilità di essere colui che crea la realtà che vive».
Questa frase, apparentemente evolutiva, può diventare una forma sottile di manipolazione.
Il meccanismo è semplice.
Io racconto di avere incontrato più volte persone arroganti, dogmatiche o poco umili in certi ambienti spirituali.
La risposta non è:
«Vediamo se la tua osservazione è fondata».
Diventa:
«Le incontri perché le attiri».
E se nego di avere un pregiudizio:
«Non te ne rendi conto, ma dentro di te quella convinzione c’è».
A quel punto non si discute più ciò che ho detto. Si pretende di sapere cosa accade nella mia mente meglio di me.
E qualunque cosa io risponda, la teoria rimane salva:
Se incontro persone dogmatiche: «Le hai attirate».
Se contesto la teoria: «Non sei ancora consapevole».
Se nego il pregiudizio: «Proprio perché è inconscio non lo vedi».
Questo è un ragionamento circolare: qualsiasi obiezione diventa una conferma. Non è forse un ragionamento dogmatico?
E c’è anche un paradosso evidente: se mi dite che ho attirato persone dogmatiche, state comunque ammettendo di essere persone dogmatiche! Se le creo e le attiro evidentemente avrò creato e attirato anche te che mi accusi di essere responsabile di qualunque cosa mi accada per via delle mie credenze.
Una cosa è dire:
«Le nostre convinzioni influenzano il modo in cui interpretiamo le persone, scegliamo le relazioni e reagiamo agli eventi».
Questo è ragionevole.
Un’altra è dire:
«Se qualcuno si comporta male con te, lo hai attirato o creato tu».
Qui la responsabilità dell’altro comincia a sparire.
Se qualcuno è arrogante con me, perché dovrei aver creato io la sua arroganza? Non possiede volontà, convinzioni e responsabilità proprie?
Se qualcuno mi insulta, devo cercare quale “vibrazione” abbia attirato l’insulto oppure posso considerare una spiegazione molto più semplice: ha scelto di insultarmi?
E poi c’è il gioco degli specchi.
Se io critico alcuni spiritualisti, mi viene detto che ho un pregiudizio.
Ma allora potrei chiedere:
«E se il pregiudizio fosse il vostro, cioè pensare che chi critica certe credenze sia necessariamente chiuso, inconsapevole o poco evoluto?».
Chi stabilisce chi sta proiettando?
Con quale criterio?
Non ogni giudizio è un pregiudizio. Un giudizio può nascere proprio dall’esperienza.
Posso naturalmente sbagliare, generalizzare o interpretare male. Ma bisogna dimostrarlo. Non basta dire:
«È ciò che attiri».
Altrimenti si parte da una convinzione già stabilita e si interpreta tutto attraverso quella convinzione. Dogma.
Ed è qui che la responsabilità personale può trasformarsi in colpevolizzazione spirituale.
L’altro mi tratta male? L’ho attirato.
Trovo una persona manipolativa? L’ho attirata.
Vengo tradito? Devo chiedermi perché l’ho manifestato.
Così, lentamente, la responsabilità passa da chi agisce a chi subisce.
E può perfino diventare una scusa per iniziare un “lavoro interiore” inutile su un problema che magari non esiste affatto dentro di noi.
Questo non significa che chi usa queste idee voglia manipolare consapevolmente.
Ma il ragionamento può avere comunque un effetto manipolativo.
Se qualcuno mi dice:
«So io quale convinzione inconscia possiedi»,
e quando la nego risponde:
«La neghi perché è inconscia»,
mi ha messo in una posizione dalla quale non posso più difendermi.
La mia parola non conta più. Mi stai schiacciando.
Il problema, quindi, non è pensare che la mente influenzi la nostra esperienza o che dobbiamo assumerci responsabilità.
Il problema nasce quando la responsabilità diventa onnipotenza.
«Posso influenzare alcune parti della mia vita»
non significa:
«Creo tutto ciò che mi accade».
Io sono responsabile delle mie scelte.
Non sono automaticamente responsabile delle scelte degli altri.
Perciò la domanda rimane una:
Come fai a sapere che ho attirato proprio quell’esperienza?
Come distingui una mia proiezione da un comportamento realmente scorretto dell’altro?
E quale esperienza potrebbe mai dimostrare che la teoria, in quel caso, è sbagliata?
Se non esiste una risposta possibile, non siamo davanti a una verità spirituale.
Siamo davanti a una credenza costruita in modo da non poter essere mai smentita.
E se stai leggendo questo post, naturalmente, è perché mi hai manifestato.
Ecco la spiritualità tossica.
E poi sarei io ad avere pregiudizi.
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È proprio questo tipo di ragionamento che considero molto problematico e, in certi contesti, tossico.
Dire a qualcuno che, esprimendo una critica o ponendo domande, potrebbe “allontanare altri dal loro percorso spirituale” e quindi accumulare un debito karmico significa introdurre una minaccia morale non verificabile: se dissenti, potresti pagarne le conseguenze in questa vita o nella prossima.
Il problema è evidente: così il confronto non avviene più sul merito delle idee. La persona viene spinta a tacere non perché le sue osservazioni siano state confutate, ma perché potrebbe averne paura. È un meccanismo che può generare senso di colpa, autosorveglianza e timore di pensare criticamente.
Inoltre presuppone già come vere diverse cose che andrebbero dimostrate: che esista il karma in quella forma, che una critica produca realmente un danno spirituale, che quel danno sia imputabile a chi ha parlato e che vi sarà una conseguenza futura.
Per me un percorso spirituale sano dovrebbe poter reggere domande, dubbi e critiche. Se basta un’obiezione per “distogliere” qualcuno dal proprio cammino, forse il problema non è l’obiezione. E soprattutto nessuno dovrebbe essere intimidito con conseguenze karmiche per aver esercitato il proprio pensiero critico.
Morale della favola: la spiritualità moderna è tossica.

