04 settembre 2026

Spiritualità o counseling?

 


Parlano di spiritualità, ma spesso stanno facendo counseling e coaching: il ruolo della suggestione nel percorso di aiuto

Molti percorsi presentati come spirituali sembrano fondarsi su energie, vibrazioni, karma, chakra, blocchi interiori, frequenze o altre realtà difficili da verificare. Eppure, osservando concretamente ciò che avviene durante questi incontri, ci si accorge che una parte importante del lavoro svolto non ha necessariamente bisogno di quelle spiegazioni per produrre un effetto. Spesso la persona viene ascoltata, incoraggiata, aiutata a reinterpretare un problema, invitata a osservare la propria vita da un'altra prospettiva, sostenuta nel prendere una decisione o spinta a modificare un comportamento. In altre parole, dietro un linguaggio spirituale possono trovarsi dinamiche molto simili a quelle che incontriamo nel counseling, nel coaching e più in generale nelle relazioni di aiuto. Questo non significa affermare che ogni pratica spirituale sia soltanto psicologia mascherata, né significa negare a priori l'esistenza di dimensioni che oggi non sappiamo dimostrare. Significa semplicemente distinguere due questioni che troppo spesso vengono confuse: il fatto che una persona abbia ottenuto un beneficio e la spiegazione che viene fornita di quel beneficio. Sono due cose completamente diverse. Una persona può uscire da un incontro sentendosi più sicura, più motivata, più serena o finalmente pronta a prendere una decisione che rimandava da mesi. Il cambiamento può essere assolutamente reale. Ma dal fatto che il cambiamento sia reale non segue automaticamente che siano vere tutte le spiegazioni utilizzate durante il percorso. Se qualcuno sostiene di avere "sbloccato un chakra", "ripulito un karma", "alzato una vibrazione" o "rimosso un blocco energetico", il miglioramento successivo della persona non costituisce, da solo, la dimostrazione che quel meccanismo esista realmente. Esistono infatti numerosi processi psicologici capaci di produrre cambiamenti significativi. Uno dei più importanti è la suggestione. La parola suggestione viene spesso utilizzata con un significato negativo, quasi fosse sinonimo di manipolazione. In realtà indica anche qualcosa di molto più comune: la capacità delle aspettative, delle parole, del contesto e dell'autorevolezza attribuita a una persona di influenzare ciò che percepiamo e il modo in cui interpretiamo quello che ci accade. Immaginiamo che durante un trattamento qualcuno dica: "Nei prossimi giorni potrebbero emergere emozioni rimaste bloccate dentro di te". Una frase di questo tipo orienta inevitabilmente l'attenzione della persona. Se successivamente prova tristezza, rabbia, ansia o una particolare sensibilità emotiva, potrebbe interpretare quelle normali oscillazioni attraverso la spiegazione ricevuta: "Sta funzionando, le emozioni bloccate stanno venendo fuori". L'emozione è autentica. La percezione del cambiamento può essere autentica. Ciò che rimane da dimostrare è l'esistenza del presunto blocco energetico che dovrebbe averla provocata. Lo stesso può accadere con molte altre esperienze. Una persona può stare meglio perché finalmente qualcuno l'ha ascoltata senza giudicarla. Può sentirsi più forte perché qualcuno ha creduto nelle sue possibilità. Può riuscire ad affrontare una paura perché ha ricevuto una nuova interpretazione della situazione. Può cambiare comportamento perché un rituale ha rappresentato simbolicamente una decisione che era già pronta a prendere. Può sentirsi trasformata perché ha costruito una nuova narrazione della propria esperienza. Tutto questo può avere un valore enorme senza che sia necessario trasformare automaticamente la spiegazione spirituale in una certezza oggettiva. Esiste anche il ruolo dell'aspettativa. Se entro in un percorso convinto che qualcosa mi aiuterà, posso prestare maggiore attenzione ai segnali coerenti con questa convinzione. Posso ricordare maggiormente i miglioramenti e trascurare ciò che rimane invariato. Posso comportarmi diversamente proprio perché credo che qualcosa sia cambiato. Posso sentirmi autorizzato a fare ciò che prima non riuscivo a fare. Ancora una volta, questo non rende falso il miglioramento. Semplicemente rende più complesso stabilirne la causa. Pensiamo a una persona che, dopo un incontro spirituale, decide finalmente di chiudere una relazione distruttiva. Il praticante potrebbe affermare di avere sciolto un legame karmico. Ma durante l'incontro potrebbe averle fatto domande, mostrato contraddizioni, restituito fiducia nelle proprie capacità, offerto nuove interpretazioni e incoraggiato una decisione. Il risultato può essere positivo, ma non sappiamo se sia stato prodotto dal presunto intervento sul karma oppure dai normali processi psicologici avvenuti attraverso il dialogo. Il rischio comincia quando il successo del percorso viene utilizzato come prova della teoria. "Stai meglio, quindi l'energia esiste." "Hai trovato un nuovo lavoro, quindi la manifestazione funziona." "Hai lasciato quella persona, quindi il legame karmico è stato spezzato." Questo ragionamento contiene un salto logico. Da un effetto osservabile non possiamo risalire automaticamente a una causa soltanto perché quella causa era stata annunciata precedentemente. Un rituale può avere un significato psicologico senza dimostrare la cosmologia che lo accompagna. Una meditazione può aiutare una persona senza dimostrare tutte le credenze metafisiche associate a quella meditazione. Una lettura simbolica può stimolare una riflessione utile senza dimostrare che ogni simbolo abbia un'origine soprannaturale. Una pratica spirituale può quindi essere significativa, trasformativa e persino terapeutica nel senso comune del termine, pur lasciando aperta la questione relativa alla verità delle spiegazioni che vengono utilizzate. Per questo ritengo più corretto assumere una posizione di sospensione del giudizio. Non è necessario dire che tutto ciò che appartiene alla spiritualità sia falso. È sufficiente riconoscere che un'esperienza soggettiva positiva non rappresenta automaticamente una dimostrazione delle teorie metafisiche formulate per interpretarla. Possiamo rispettare un'esperienza senza trasformarla in una prova. Questa distinzione permette anche di evitare un errore opposto: pensare che un percorso psicologico, di counseling o di coaching debba necessariamente combattere le credenze spirituali della persona. Non dovrebbe essere questo il suo scopo. Una credenza può avere una funzione importante nella vita di qualcuno, può fornire significato, speranza, motivazione, ritualità e una particolare maniera di leggere la propria esperienza. Il problema nasce soltanto quando viene imposta come verità indiscutibile, quando impedisce di vedere alternative oppure quando produce comportamenti dannosi. Nel mio percorso di counseling-coaching strategico non considero necessario squalificare la spiritualità di una persona per aiutarla a cambiare. Al contrario, quando una credenza spirituale rappresenta una risorsa e non costituisce un ostacolo, può essere utilizzata all'interno del percorso stesso. L'obiettivo non è stabilire al posto dell'altro che cosa debba credere, ma capire in che modo le sue convinzioni, i suoi significati e il suo modo di interpretare la realtà possano essere utilizzati strategicamente per favorire un cambiamento concreto. Una persona può quindi continuare a credere nella propria spiritualità e contemporaneamente imparare a distinguere ciò che crede da ciò che può dimostrare. Può utilizzare simboli, rituali, immagini e convinzioni come strumenti personali senza essere costretta a presentarli come leggi universali. Può persino servirsi della propria visione spirituale per trovare una leva capace di sbloccare una situazione nella quale continuava a ripetere gli stessi comportamenti. Per me questo rappresenta un modo molto più rispettoso di lavorare con le persone. Non distruggere le loro credenze, non confermarle automaticamente, ma capire quale funzione svolgono. Se aiutano, possono diventare risorse. Se bloccano, possono essere riorganizzate. Se producono paura, dipendenza o senso di colpa, possono essere messe in discussione. Il criterio non è stabilire chi possieda la verità spirituale, ma verificare se una determinata rappresentazione della realtà aiuta concretamente la persona a vivere e ad agire meglio. La spiritualità, quindi, non deve necessariamente essere espulsa da un percorso di aiuto. Può essere accolta senza rinunciare al pensiero critico. Si può rispettare ciò che una persona considera sacro e contemporaneamente mantenere la distinzione tra esperienza, interpretazione e prova. Ed è forse proprio questa distinzione a consentire di utilizzare la spiritualità come una possibile risorsa personale senza trasformarla in una spiegazione obbligatoria di tutto ciò che ci accade.