03 settembre 2026

Federico Faggin confuta la legge di attrazione?

 


LE IPOTESI DI FEDERICO FAGGIN CONFUTANO LA LEGGE DELL’ATTRAZIONE?

Negli ultimi anni Federico Faggin viene citato molto spesso negli ambienti spirituali. Alcune sue affermazioni sulla coscienza, sulla fisica quantistica e sul libero arbitrio vengono utilizzate per sostenere l’idea che la mente possa avere un ruolo attivo nella costruzione della realtà e, da qui, qualcuno compie rapidamente un ulteriore salto: se la coscienza può influire sulla realtà, allora forse i nostri pensieri possono “manifestare” gli eventi che desideriamo.

Ma è davvero questa la conclusione a cui portano le idee di Faggin? A mio parere accade esattamente il contrario. Se prendiamo sul serio le ipotesi formulate da Federico Faggin insieme al fisico Giacomo Mauro D’Ariano, la versione forte della cosiddetta legge dell’attrazione diventa estremamente difficile da sostenere. Anzi, emerge una contraddizione fondamentale.

Prima di mostrarla, però, è necessario capire in modo molto semplice che cosa sostiene Faggin. La sua proposta non è una scoperta sperimentale ormai definitivamente accertata, ma una teoria sulla coscienza. Faggin e D’Ariano partono dall’idea che la coscienza non sia semplicemente un prodotto secondario del cervello, ma che possa avere una natura più fondamentale e un rapporto profondo con l’informazione quantistica.

Per comprendere il ragionamento possiamo partire da un’immagine molto semplice. Immaginiamo un universo completamente deterministico, simile a un gigantesco biliardo. Se conoscessimo perfettamente la posizione di tutte le palle, la loro velocità e tutte le forze che agiscono su di esse, in linea di principio potremmo prevedere tutto ciò che accadrà dopo. In un universo del genere, anche le nostre decisioni sarebbero soltanto l’effetto inevitabile di cause precedenti. Il libero arbitrio, in senso forte, non esisterebbe davvero.

Faggin ipotizza invece che vi sia qualcosa di autenticamente non deterministico nella realtà e che il libero arbitrio possa avere un ruolo reale. La coscienza, quindi, non sarebbe soltanto spettatrice degli eventi, ma avrebbe una capacità causale. Un essere cosciente può scegliere, e le sue scelte possono produrre effetti nel mondo.

Fin qui qualcuno potrebbe pensare di aver trovato proprio ciò che cercava per giustificare la legge dell’attrazione: se la coscienza ha un potere causale, allora il pensiero crea la realtà. Ma è proprio qui che nasce l’equivoco. Dire che la coscienza può produrre effetti attraverso le proprie decisioni non significa affatto dire che qualsiasi cosa immaginiamo debba necessariamente trasformarsi in un evento reale.

C’è poi un secondo elemento ancora più importante. Nel modello di Faggin non esiste una sola coscienza. Non esisto soltanto io. Esisti tu, esiste la persona che desidero incontrare, esiste il datore di lavoro dal quale vorrei essere assunto, esistono i miei concorrenti, esistono miliardi di altre persone. E se prendiamo sul serio la teoria del libero arbitrio, tutte queste persone non possono essere considerate semplici comparse all’interno della realtà che io starei creando. Sono a loro volta agenti coscienti dotati di una propria capacità decisionale.

Nella parte più speculativa della loro elaborazione, D’Ariano e Faggin arrivano anche a parlare degli esseri coscienti come di co-creatori del mondo attraverso le proprie scelte, sia individuali sia collettive. Ed è proprio la parola “co-creatori” a diventare decisiva. Se siamo co-creatori, nessuno di noi può essere il creatore assoluto della realtà degli altri.

A questo punto possiamo fare un esperimento mentale molto semplice.

Immaginiamo due persone, Anna e Marco. Entrambi partecipano alla selezione per lo stesso posto di lavoro e c’è un solo posto disponibile. Anna conosce la legge dell’attrazione. Ogni mattina visualizza se stessa mentre entra nell’azienda, immagina il contratto, prova gratitudine come se fosse già stata assunta ed è assolutamente convinta che quel lavoro sia già suo. Non ha dubbi, non pensa negativamente e non possiede quelle che, nel linguaggio della manifestazione, vengono chiamate credenze limitanti.

Marco fa esattamente la stessa cosa. Visualizza lo stesso posto, prova la stessa gratitudine, possiede la stessa convinzione e manifesta lo stesso risultato. Facciamo addirittura l’ipotesi più favorevole possibile alla legge dell’attrazione: Anna e Marco eseguono la tecnica in maniera perfetta e con identica convinzione.

Arriva il giorno della decisione. Chi viene assunto?

Il posto è uno. Anna manifesta che il lavoro è suo. Marco manifesta che il lavoro è suo. Ma nella stessa realtà non possono essere vere entrambe le cose. Se viene assunto Marco, la manifestazione di Anna non si è realizzata. Se viene assunta Anna, quella di Marco non si è realizzata. Non possiamo nemmeno dire che uno dei due “non ci credeva abbastanza”, perché nell’esperimento abbiamo stabilito appositamente che entrambi possiedono lo stesso grado di convinzione.

Abbiamo quindi eliminato una delle scappatoie più comuni.

Ma il problema è ancora più grande, perché esiste una terza persona: il datore di lavoro. Se prendiamo seriamente l’ipotesi di Faggin, anche lui è un agente cosciente dotato di libero arbitrio. Può scegliere Anna, può scegliere Marco, può decidere che nessuno dei due è adatto, può sospendere l’assunzione o può addirittura decidere di non assumere più nessuno.

A questo punto la domanda diventa inevitabile: per quale motivo il pensiero di Anna dovrebbe avere il potere di annullare il libero arbitrio del datore di lavoro?

Non esiste alcun motivo. Anzi, se attribuiamo autentico libero arbitrio al datore di lavoro, dobbiamo ammettere che Anna può influenzare alcune condizioni, ma non può determinare unilateralmente la decisione di un’altra coscienza.

Ed è proprio qui che le ipotesi di Faggin, invece di sostenere la legge dell’attrazione, sembrano minarne uno dei presupposti fondamentali.

L’esempio dell’amore rende la contraddizione ancora più evidente. Immaginiamo un uomo che desideri una determinata donna. La visualizza accanto a sé, immagina una relazione, pensa a lei come se fosse già innamorata e cerca di mantenere lo stato interiore corrispondente alla realtà desiderata.

Ma quella donna è una persona. Se possiede libero arbitrio può semplicemente dire: “Non voglio stare con lui”.

A quel punto le possibilità sono due. O rispettiamo davvero il libero arbitrio della donna e allora dobbiamo ammettere che il desiderio e lo stato interiore dell’uomo non determinano la realtà esterna, oppure sosteniamo che la manifestazione dell’uomo possa comunque produrre quella relazione. Ma in questo secondo caso la donna non possiede più un autentico libero arbitrio.

Non possiamo sostenere contemporaneamente che ogni persona possiede una propria libertà di scelta e che, mantenendo correttamente uno stato interiore, possiamo far sì che un’altra persona finisca necessariamente per comportarsi come desideriamo noi. Le due affermazioni entrano in collisione.

Lo stesso problema compare in moltissime altre situazioni. Due squadre disputano una finale e entrambe visualizzano la vittoria. Due candidati vogliono la stessa posizione. Due acquirenti vogliono la stessa casa. Due aziende vogliono aggiudicarsi lo stesso contratto. Due politici vogliono vincere la stessa elezione.

In moltissime situazioni reali i desideri degli esseri umani sono incompatibili. La realtà non può soddisfarli tutti contemporaneamente. Questa semplicissima osservazione rappresenta uno dei problemi logici più seri per qualsiasi formulazione forte della legge dell’attrazione.

A questo punto potrebbe arrivare una risposta tipica: si manifesta il desiderio della persona che “vibra” alla frequenza più alta. Ma in questo modo abbiamo soltanto spostato il problema. Come misuriamo questa frequenza? Qual è la sua unità di misura? Come possiamo stabilire prima dell’evento quale dei due manifestatori possieda la vibrazione superiore?

Se lo decidiamo soltanto dopo, il ragionamento diventa circolare. Marco ha ottenuto il lavoro. Come sappiamo che vibrava meglio di Anna? Perché ha ottenuto il lavoro. E come sappiamo che ha ottenuto il lavoro perché vibrava meglio? Perché ha ottenuto il lavoro.

Non abbiamo spiegato nulla. Abbiamo semplicemente inventato una causa invisibile dopo aver conosciuto il risultato.

Un’altra risposta molto frequente consiste nel dire che, se la manifestazione fallisce, la persona aveva qualche blocco inconscio, qualche paura o qualche convinzione limitante. Anche in questo caso il problema è evidente. Se il blocco viene ipotizzato soltanto dopo il fallimento, qualsiasi risultato potrà sempre essere utilizzato per confermare la teoria.

Ottengo ciò che desideravo? La legge funziona. Non lo ottengo? Avevo un blocco inconscio. Ottengo qualcosa di diverso? L’universo sapeva che era meglio per me. Ottengo il contrario? Il mio inconscio stava manifestando quello.

Una teoria capace di spiegare qualsiasi risultato dopo che è avvenuto rischia di non spiegare realmente nessun risultato.

Ed è qui che bisogna tornare alle idee di Faggin. Attribuire alla coscienza un potere causale non significa affermare che ciò che penso diventa automaticamente realtà. La mia coscienza può avere effetti causali perché mi permette di scegliere. Posso scegliere di telefonare, studiare, presentarmi a un colloquio, corteggiare qualcuno, cambiare lavoro, insistere oppure rinunciare. Queste decisioni modificano realmente il corso degli eventi.

Ma tra dire “la mia coscienza contribuisce causalmente alla realtà attraverso le mie decisioni” e dire “la realtà esterna si organizza in modo da corrispondere ai miei stati mentali” esiste una differenza enorme.

Nel primo caso sono uno degli agenti causali presenti nel mondo. Nel secondo caso il mondo dovrebbe in qualche modo privilegiare la mia rappresentazione mentale rispetto alle volontà, alle decisioni e alle condizioni indipendenti da me.

La teoria di Faggin può essere utilizzata, al massimo, per sostenere la prima possibilità. Non dimostra la seconda.

Ed è proprio qui che nasce il paradosso. Qualcuno cita Federico Faggin per sostenere che la coscienza crea la realtà, ma proprio Faggin, almeno nella sua elaborazione con D’Ariano, attribuisce agency e libero arbitrio a una pluralità di agenti coscienti e parla, nella parte più speculativa, di una co-creazione della realtà attraverso le scelte individuali e collettive.

Se siamo co-creatori, allora nessuno di noi è il creatore assoluto della realtà degli altri. La mia volontà incontra la tua. La mia decisione incontra la tua decisione. Il mio progetto incontra circostanze che non controllo. Il mio desiderio incontra altri desideri.

Qualche volta vinco io. Qualche volta vinci tu. Qualche volta perdiamo entrambi. Qualche volta accade qualcosa che nessuno dei due aveva previsto.

Questo descrive un universo aperto e complesso. Non una gigantesca macchina cosmica per la consegna dei desideri.

È però importante fare una precisazione. Non sto sostenendo che la teoria di Faggin sia stata dimostrata e non ho bisogno di dimostrarlo per sostenere il mio ragionamento. La questione può essere posta in forma puramente condizionale: ammettiamo per ipotesi che Faggin abbia ragione. Ammettiamo che la coscienza sia fondamentale, che abbia un potere causale, che esista un autentico libero arbitrio e persino che si possa parlare, in qualche senso, di co-creazione della realtà.

Che cosa ne segue?

Non segue la legge dell’attrazione.

Segue piuttosto l’immagine di una realtà costituita da molteplici agenti autonomi che interagiscono tra loro, ciascuno con possibilità, decisioni e limiti. Ed è proprio questa pluralità di volontà a impedire che il desiderio del singolo possa essere elevato a legge universale della realtà.

Le idee di Federico Faggin possono quindi essere discusse, criticate, approfondite e sottoposte a verifica. Ma utilizzarle come dimostrazione scientifica della legge dell’attrazione significa, secondo me, non averne compreso una conseguenza fondamentale.

Se esiste davvero il libero arbitrio, allora esiste anche ciò che non dipende dalla mia volontà. Se esistono molti agenti coscienti, allora esistono molte volontà. Se esistono molte volontà, alcune saranno inevitabilmente incompatibili. E se due volontà incompatibili non possono realizzarsi entrambe, allora non può esistere una legge universale secondo cui il mio stato mentale produce necessariamente la realtà esterna corrispondente.

Posso desiderare, immaginare, scegliere e agire. Posso aumentare o diminuire le probabilità di ottenere un risultato. Ma non posso trasformare tutte le altre persone e tutte le altre cause presenti nell’universo in semplici comparse della mia manifestazione.

Ed è proprio qui che, paradossalmente, una concezione che attribuisce alla coscienza un enorme potere finisce per mettere in crisi una delle idee più radicali della spiritualità contemporanea.

Se tutti abbiamo libero arbitrio, nessuno di noi possiede il monopolio della realtà.