L'affermazione «Se il mondo fosse al di fuori della tua coscienza, non avresti modo di modificarlo» contiene diversi passaggi logicamente scorretti. Il punto più importante è che confonde il modo in cui conosciamo il mondo con il modo in cui il mondo esiste e può essere modificato.
Si possono distinguere almeno questi errori:
1)Confusione tra conoscenza e realtà
Dal fatto che ogni esperienza del mondo passi attraverso la coscienza non segue che il mondo sia dentro la coscienza. Posso avere una rappresentazione mentale di una montagna senza che la montagna sia costituita dalla mia rappresentazione.
2)Non sequitur
La conclusione non deriva dalle premesse. Anche ammesso che il mondo sia indipendente dalla coscienza, posso modificarne alcuni aspetti attraverso il mio corpo, le mie azioni, gli strumenti e le interazioni con altre persone. Il fatto che qualcosa sia esterno alla coscienza non implica affatto che sia immodificabile.
3)Equivoco sul verbo "modificare"
Modificare qualcosa non significa necessariamente modificarlo dall'interno. Un essere umano può modificare un oggetto esterno proprio perché entra causalmente in relazione con esso. Se sposto una sedia, la sedia cambia posizione; non è necessario che la sedia faccia parte della mia coscienza.
4)Salto dall'epistemologia all'ontologia
«Non posso conoscere il mondo se non attraverso la mia coscienza» è una proposizione epistemologica.
«Il mondo esiste nella mia coscienza» è una proposizione ontologica.
La seconda non può essere ricavata semplicemente dalla prima.
5)Confusione tra rappresentazione e causalità
È vero che prima di agire sul mondo elaboriamo intenzioni, percezioni, decisioni e rappresentazioni. Ma questo dimostra al massimo che la coscienza può intervenire nella catena causale che conduce a una modificazione del mondo, non che il mondo sia contenuto nella coscienza.
Un esempio molto semplice smonta l'argomento:
Immagino che fuori dalla mia finestra ci sia un albero.
La mia immagine mentale dell'albero è nella mia coscienza.
L'albero, però, può essere indipendente da quella rappresentazione.
Posso uscire, tagliare un ramo e modificare realmente l'albero.
La coscienza è quindi una condizione o uno strumento attraverso cui un agente può intervenire causalmente sulla realtà, ma non è necessario che la realtà sia una produzione della coscienza affinché ciò avvenga.
Anzi, c'è un problema ulteriore per la frase: se il mondo fosse interamente prodotto dalla mia coscienza, dovremmo spiegare perché esso oppone continuamente resistenza alla mia volontà. Posso desiderare che piova e non far piovere; posso desiderare che una pietra diventi morbida e non ottenerlo; posso credere che un oggetto sia in un luogo e scoprire che non lo è.
Questa resistenza è precisamente uno degli elementi che rendono plausibile distinguere la rappresentazione cosciente dell'oggetto dall'oggetto rappresentato.
La formulazione più rigorosa, dunque, sarebbe qualcosa come:
«Il mondo che conosciamo è sempre mediato dalla coscienza, ma da ciò non segue che il mondo coincida con la coscienza né che la sua modificabilità dipenda dal fatto di essere contenuto in essa.»
E questa distinzione è particolarmente importante se vuoi utilizzare l'argomento in un discorso di epistemologia e metodo dell'argomentazione, perché qui siamo davanti a un classico problema di passaggio illegittimo da «come conosciamo X» a «che cosa X è».
Chi pretende di «risvegliare la consapevolezza» dovrebbe anzitutto essere consapevole dell’errore logico con cui confonde coscienza, consapevolezza e realtà.
La realtà non è necessariamente ciò che la coscienza crea, ma ciò che la coscienza impara a vedere, attraversare e trasformare.
